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Totò e Fassino divisi a Berlino – Il Fatto Quotidiano

 

La notizia non è ancora ufficiale, ma le nostre fonti – che comprensibilmente chiedono l’anonimato – ce la danno per certa: la crisi di governo in Germania è risolta. L’impresa, che solo due giorni fa pareva proibitiva dopo la rottura fra la Merkel e i possibili alleati Liberali e Verdi nella coalizione “Giamaica”, è stata propiziata dall’arrivo di un mediatore d’eccezione, chiamato d’urgenza dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier per scongiurare le elezioni anticipate. Il suo nome – lo diciamo gonfi di orgoglio patrio – è Piero Fassino. Steinmeier aveva sondato Henry Kissinger e Ban Ki-moon, che hanno declinato ritenendo disperata l’impresa. A quel punto, ammirato dalle prodigiose virtù diplomatiche mostrate dall’ex segretario Ds nella jungla della sinistra italiana, Steinmeier ha chiamato Fassino. Dopo vari tentativi a vuoto (lo smartphone del nostro negoziatore era sempre occupato, nel tentativo di raggiungere Bersani, a sua volta impegnato a capire dalla viva voce di Pisapia dove cazzo voglia andare), finalmente è riuscito a parlarci. Già nervosetto di suo, Fassino era reduce da una notte insonne in Questura a difendersi da una denuncia per stalking di Speranza, che se lo ritrova ovunque: sul pianerottolo, nell’androne, nel bagagliaio, nella pochette, nella vasca da bagno come Brizzi, però vestito.

Sulle prime il brillante mediatore subalpino ha pensato a uno dei tanti scherzi telefonici che gli fanno da quando non conta più una mazza. “Sono il presidente della Repubblica Federale di Germania”. “Sì, buona questa, e io sono il sindaco di Torino!”. Poi, chiarito l’equivoco, Fassino è volato a Berlino e ha subito visto la Merkel, che gli ha illustrato il pomo della discordia con i Liberali: il dissidio insanabile sulle politiche migratorie. Fassino l’ha rassicurata: “Dia retta, signora, avere una politica migratoria per governare non serve. Noi, per dire, stiamo con un certo Alfano che non ha mai avuto idea di cosa sia una politica migratoria, anzi non ha mai avuto idea punto; eppure è stato ministro dell’Interno quattro anni. Una specie di ficus messo lì al Viminale: non disturba, non sporca, dove lo metti sta. Magari lei l’ha pure visto, perché ora è parcheggiato agli Esteri: ogni tanto lo mandiamo in giro per l’Europa a prendere aria”. La Merkel non capiva e Fassino non capiva il suo non capire: “Gliene dico un’altra: ora, al posto della pianta grassa, abbiamo un ministro dell’Interno vero, Minniti, che una politica migratoria ce l’ha. Ma non piace per nulla a Bonino e Pisapia. E noi sa che facciamo? Candidiamo Minniti e ci alleiamo con Bonino e Pisapia. Furbi, neh?”.

La Merkel obiettava: “E poi al governo fate come dice Minniti o come vogliono questi Bonino e Pisapia?”. “Ah, non lo chieda a me: intanto ci pappiamo i voti, poi qualcosa ci inventiamo. La politica è improvvisazione, sennò sa che palle, signora mia”. Avendo da fare, Angelona spingeva fuori dalla porta con un colpo d’anca il brillante mediatore. Che si fiondava dal liberale Christian Lindner: “Sono Fassino, mi manda il presidente” ed esibiva il passaporto. L’altro faticava a riconoscerlo in foto perché, in nome della pace nel “Giamaica”, indossava delle graziose treccine rasta e fumava un cannone.
Chiarito che lo strano soggetto era proprio Fassino, Lindner lo invitava a mangiare di più e fumare meno. Risposta: “Ho appena convinto Angela a soprassedere sui migranti: so che la pensate all’opposto, ma mica vorrete rinunciare alle poltrone per così poco”. Lindner: “Così poco lo dice lei: se non c’è intesa sui migranti, che governo vuole che facciamo? Siamo persone serie, noi”. “Ma il ritorno al voto è un regalo ai populisti”. “Lo è molto di più un governo che litiga su tutto e non fa nulla”. “Mah, noi è dal 2011 che mettiamo insieme le pere con le banane e i cavolfiori pur di tener lontani i populisti”. “Infatti voi crollate e quelli crescono”. “E noi ci ammucchiamo tutti insieme con programmi opposti e facciamo leggi per moltiplicare i nostri voti e dimezzare i populisti, così li fottiamo”.

“Non ce l’avete una Costituzione?”. “Sì, ma trattabile: poi la Consulta può pure dichiarare la legge incostituzionale, tanto ormai le poltrone le abbiamo prese e tiriamo a campare cinque anni, poi il giorno prima delle nuove elezioni ne facciamo un’altra illegittima. Funziona”. “E il vostro presidente ve lo lascia fare?”. “Si figuri, quello manco parla”. “Qui non funzionerà mai, mica siamo in Italia. Ma lo sa che qui trattiamo sui dettagli di ogni legge, prima di fare la Grosse Koalition?”. “Non mi parli di Grasso a colazione, quello non mi risponde manco a pranzo e a cena!”. “Tempo scaduto, se ne vada”. “Ragioni: se io e Renzi che vogliamo più libertà di licenziare offriamo l’alleanza alla sinistra che rivuole l’articolo 18, lei e la Merkel potete governare sereni”. “Lei è matto, fuori di qui”. “Non prima di averle detto che Pisapia è per il dialogo”. “E che è Pisapia? Una cosa che si mangia?”. “Se le dicessi che mi ha incoraggiato personalmente Prodi?”. “Quando lui diventava presidente dell’Iri, io avevo 3 anni. Ma lo sa che siamo nel 2017?”. “Lei mi costringe a estrarre l’asso dalla manica: il vostro accordo ha la benedizione di Veltroni”. “Ma lei non ce l’ha una casa, una famiglia?”. “E il viatico di Arturo Parisi, dove lo mette?”. “Si levi dai coglioni”. “Scalfari scriverà bene di voi su Repubblica”. “Raus!”. “Aspetti: la faccio parlare con Santagata”. A quelle parole, il gelido Lindner si scioglie come neve al sole: “Giulio Santagata? Ma poteva dirlo subito! Se abbiamo Santagata, l’accordo è un gioco da ragazzi. Pronto Angela? Son qui con Fassino: dice che Santagata è per l’accordo. Come? Questo cambia tutto? Ma è quel che dico anch’io! Perfetto, allora siamo intesi: è fatta”.

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Modello Mugabe – Il Fatto Quotidiano

 

Tra il modello Germania e il modello Zimbabwe, i partiti italiani non hanno dubbi: Zimbabwe. Qui il presidente Robert Mugabe, che ha solo 93 anni (uno in più di Napolitano) e governa da appena 37, doveva dimettersi in diretta tv, magari per passare lo scettro alla moglie; invece ha sorpreso tutti, dicendo che capisce “le lamentele” del popolo, ma promette che farà meglio, con “una nuova cultura del lavoro e un nuovo impegno per la crescita economica”, quindi resta in nome della “stabilità”. In Germania al contrario, due mesi dopo le quarte elezioni vinte da Angela Merkel, le trattative per un governo di larghe intese fra Cdu-Csu, Liberali e Verdi sono fallite perché i tre partiti non hanno trovato l’accordo sulle leggi da approvare (in particolare sui migranti) e dunque – ha dichiarato il giovane leader liberale Christian Lindner – “è meglio non governare che governare male”. Così, salvo sorprese o miracoli dell’ultim’ora, il Paese più prospero e potente d’Europa tornerà alle urne in primavera. Ora i soliti commentatori superficiali parlano di “stallo all’italiana”, in previsione dell’ingovernabilità che uscirà dalle nostre urne, che però non c’entra nulla col caso tedesco, anzi ne è l’esatto opposto. Se in Italia non si riuscirà a formare un governo non sarà perché i partiti disponibili ad allearsi non troveranno un accordo sul programma, ma perché non avranno la maggioranza in Parlamento.

Se, puta caso, il centrodestra unito o FI&Pd avessero il 50% più uno dei seggi, il governo nascerebbe subito, in quattro e quattr’otto, senza che nessuno si preoccupi dell’eventuale accordo sulle cose da fare. Accordo paradossalmente più improbabile fra B. e i suoi alleati Salvini e Meloni (la pensano diversamente su quasi tutto) che fra B. e Renzi (vanno d’amore e d’accordo su quasi tutto). Nel 2011, dopo la caduta del terzo governo B., FI e i centristi che stavano in maggioranza e il Pd e Fli che stavano all’opposizione si accordarono in tre minuti per sostenere Monti e il suo programma distante mille miglia dai loro. E nel 2013, dopo le elezioni che inaugurarono il tripolarismo destra-sinistra-5Stelle, il fallimento di Bersani e il bis di Napolitano, il Pd si accordò in men che non si dica con FI e Centro per un governo di larghe intese che non aveva alcun programma comune (i partiti erano divisi su tutto), infatti non combinò nulla, salvo pagare la cambiale a B. con la demenziale riabolizione dell’Imu sulle prime case, anche per i ricchi, poi cadde per mano di Renzi. Che poi, per governare con Alfano e Verdini, dovette rinnegare il suo programma filogrillino delle primarie.

E pure quello del Pd bersaniano, per sposare quello di B. Infatti fece quasi solo porcate, dal Jobs Act alla “buona scuola”, dall’Italicum alla controriforma costituzionale, dalla responsabilità civile dei giudici all’impunità per gli evasori. Le cose buone – biotestamento, Ius soli, reato di tortura, riforma della prescrizione e tagli ai vitalizi – furono rinviate perché “divisive”: cioè non piacevano ad Alfano&C. (e nemmeno a mezzo Pd). Il motto, in Italia, è sempre “meglio governare male che non governare”. O, per dirla con Andreotti, “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Galleggiare e vegetare in attesa di inventarsi qualcosa o che qualcuno levi le castagne dal fuoco, e intanto nascondere la polvere sotto il tappeto, accantonare i problemi, aggirare gli ostacoli, affidarsi allo stellone e sperare che i “populisti” e gli “antisistema” spariscano da soli. Come Mugabe. Invece, in Germania, si preferisce tornare al voto piuttosto che abborracciare un accordo purchessia. L’idea di riesumare dalla pensione un Fassino o un Prodi o un Pisapia o un Veltroni in salsa tedesca per convincere liberali e verdi a siglare un accordo sull’acqua o sulla sabbia non ha proprio sfiorato la Merkel: se “populisti” e “antisistema” avanzano (e a Berlino non sono i 5Stelle, e nemmeno Salvini & Meloni, ma i neonazisti) è proprio per il malcontento popolare verso la vecchia politica: malcontento che crescerebbe vieppiù con un governo rissoso, eterogeneo e inconcludente arroccato nel Palazzo col solo scopo di sopravvivere e salvare qualche poltrona. L’unico antidoto sono politiche credibili, coerenti ed efficienti.

È proprio quello che i partiti italiani non capiscono, continuando a raccontare (e a raccontarsi) balle pur di non prendere atto della realtà. Non riescono neppure a spiegarsi perché i 5Stelle conquistano Ostia e restano di gran lunga il primo partito nella provincia di Roma nonostante gli errori, i ritardi, i guai giudiziari e la pessima stampa della giunta Raggi (l’“effetto Virginia”, se c’è, va nella direzione opposta a quella auspicata dagli avversari). E inventano scuse puerili per non ammettere l’ennesima sconfitta (l’astensione, che colpisce tutti; o i voti del clan Spada, che nessuno può dire dove siano andati, difficilmente hanno premiato il M5S dopo la marcia antimafia con la Raggi e, anche se fosse, non fanno la differenza visto il distacco di 20 punti fra Di Pillo e Picca). In vista delle Politiche, Renzi invoca il “voto utile”, nell’illusione che alla fine anche gli elettori di centrosinistra a lui più ostili preferiranno il Pd alla Sinistra contro “i populisti di destra e grillini”. Ma, in Sicilia e a Ostia, il voto utile funziona al contrario: molti si turano il naso e votano M5S contro B.&C. Soprattutto se l’offerta di Renzi è un Pd che, partito per rottamare l’Ancien Régime, si ritrova a guardarsi l’ombelico e, anziché parlare di contenuti, s’impantana in formule politichesi, riesumando “mediatori” e “garanti” politicamente coetanei di Mugabe: i Fassino, i Prodi, i Pisapia. Con la differenza che almeno Mugabe ammette di avere sbagliato e promette di non farlo più.

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Mr. Fassino, I suppose – Il Fatto Quotidiano

“Mister Livingstone, I suppose” è il saluto che raccontò di aver pronunciato nel 1871 il giornalista-esploratore gallese Henry Stanley incontrando nel deserto dell’Africa nera il missionario-esploratore scozzese David Livingstone, scomparso cinque anni prima mentre risaliva verso le fonti del Nilo. Ora, siccome la storia si ripete in forma di farsa, abbiamo l’esploratore torinese Piero Fassino, in missione per conto di Renzi nel deserto della sinistra. Ma, per sua e nostra fortuna, lui non rischia di perdersi, tallonato com’è giorno e notte dai cronisti dei giornaloni che pendono dalle sue labbra e infatti lavorano molto di lingua, ansiosi di regalare ai lettori succulenti retroscena sulla sua infaticabile attività peripatetica. Ogni mattina il popolo della sinistra in spasmodica attesa del più impercettibile segnale s’incolonna disciplinato alle edicole, transennate per motivi di ordine pubblico, per non perdersi una dichiarazione, un’indiscrezione, un sospiro. La missione esplorativa, va detto, procede alla grande. Nei primi cinque giorni di ricerche, Mr. Fassino ha già trovato l’accordo con quelli che erano già d’accordo. Manca ancora l’accordo con quelli che erano e restano in disaccordo, ma sono dettagli.

Renzi, per dire, è entusiasta di allearsi con Renzi e infatti sta con Fassino senza se e senza ma (“Abbiamo fatto un capolavoro”, si dice da solo). Veltroni, che fa teatro, film e libri, “incoraggia Fassino” e Rutelli, che presiede l’Anica (cinema) e ha pure scritto un libro, anche. Il che è già una bella soddisfazione. Letta, che insegna a Parigi, ha fatto un “assist”: una svolta elettrizzante. Prodi, che non è nemmeno iscritto al Pd e ripete di aver spostato la tenda a debita distanza, parla solo tramite ventriloqui, però Fassino e Pisapia assicurano che “condivide e apprezza l’iniziativa per una comune strategia” di Fassino e Pisapia. Un trionfo, tantopiù che il fido Parisi, detto Pallottoliere perché sbaglia tutti i calcoli, giura che Prodi “è sempre vicino a chi non decide di allontanarsi” (qualunque cosa voglia dire). Maria Teresa Meli, sul Corriere, aggiunge altre frasi decisive del Professore all’Esploratore: “Mai arrendersi, la strada è quella dell’unità e bisogna provarci”. Avrebbe aggiunto “Non parlare al conducente”, “Non calpestare le aiuole”, “Divieto di balneazione” e “Attenti al cane”, ma non è sicuro. Quel che è certo è che oggi a Bologna si muove nientemeno che “l’ex ministro prodiano Giulio Santagata” per la rimpatriata di un non meglio precisato “popolo del pullman”, cui sono invitati financo Pisapia e la Bonino, forse per via della patente D.

Pisapia non si sa mai con chi stia ma, anche se stesse con qualcuno, nessuno se ne accorgerebbe (“Tre giorni fa – scrive la Meli – aveva garantito ai suoi che sarebbe andato con Grasso, ma al Pd non ha ancora fatto sapere niente”). In ogni caso Fassino l’ha chiamato e il Sor Tentenna ha fatto le ordinazioni, come al ristorante: “Pisapia chiede ius soli e fine vita” (Corriere). Il povero Piero era tentato di rispondere: “Ma più soli e più fine vita di così!”, ma ha preferito tenersi buono uno dei pochi stomaci forti che digeriscono tutto (da Expo a Sala al renzian-berlusconiano Gori). Ieri si sono poi visti e naturalmente non è successo niente, però Pisapia ha detto che l’ha chiamato Prodi e l’ha autorizzato a dirlo. Roba forte. Orlando e Rosato danno una mano attaccando Grasso e Boldrini (il ministro: “Abbiamo creato due mostri”) perché l’uno ha lasciato il Pd e l’altra è sempre stata di Sel, ergo non sono “imparziali”; lo sarebbero se fossero del Pd. E il ponte sullo stretto di Fassino raccoglie i cocci. Chiama Grasso, ma quello risponde che ha sbagliato numero (“Non ho alcun titolo per parlare di alleanze”). Parla con la Boldrini, ma lei non parla con lui. Tenta con D’Alema, che lo prende per il culo: “Il capo è Speranza”. Manda un sms a Speranza: “Quando ci incontriamo?”. Risposta: “Nei prossimi giorni” (lo prende per il culo pure Speranza). Repubblica riassume: “Sia chiaro, qualcosa si muove: dal tridente iniziale gli architetti del Nazareno sono passati a uno schema a quattro punte”. Infatti l’Esploratore Piero, con l’ausilio di entomologi allenati a notare i microrganismi più invisibili all’occhio umano, imbarca Italia dei Valori e Socialisti: dipietristi e craxiani, dopo 25 anni di inseguimenti, sono un po’ stanchini e faranno insieme una lista molto omogenea: aperta anche a Vegani&Carnivori e ad altre coppie molto affiatate, tipo Boldi&De Sica, Brizzi&Iene, Tornatore&Trevisan.

I teorici delle masse diranno: e i Radicali? Quelli di obbedienza Bonino-Della Vedova-Magi si sono accordati con Renzi per una lista Forza Europa con un programma preciso: contro la politica di Minniti sui migranti appoggiata sia dall’Europa sia da Renzi. Per dirla con Fassino, “si parte da un programma coerente”. Il verde Bonelli, invece, è un po’ sulle sue, ma un quindicesimo decreto salva-Ilva potrebbe convincerlo: Piero già vede “una schiarita nel clima”. Restano quelli che non ci stanno, che poi sono gli unici con qualche voto (SI+Mdp, 6-7% nei sondaggi). Vorrebbero cancellare il Jobs Act e tornare all’art. 18, mentre Renzi e Fassino ripetono la favola del “milione di posti di lavoro”. Ma questi sono tecnicismi. Parliamo di cose serie: la quarta punta della Grande Alleanza è affidata al vice-esploratore Lorenzo Guerini che, essendo nessuno, parla con i suoi simili: “Ap, Casini, Dallai e gli altri cattolici moderati” (Corriere), cioè i noti teologi di scuola verdiniana. Da non confondere con Democrazia solidale, che a detta di Repubblica “sarebbero i cattolici dell’ex Scelta civica”. Ancora nessuna notizia dei montiani protestanti, mormoni, scintoisti e avventisti del settimo giorno.

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Toghe azzurre – Il Fatto Quotidiano

Non sapremmo dire chi abbia ragione, fra B. e l’ex moglie, nella causa miliardaria per gli alimenti dopo la separazione vinta in primo grado da Veronica e in appello da Silvio. Quel che possiamo dire senza tema di smentita è che dai giudici, salvo rarissime eccezioni, il Caimano non ha mai avuto nulla da temere e che la sentenza dell’altroieri, ove mai ve ne fosse ancora bisogno, spazza via definitivamente la leggenda delle “toghe rosse” milanesi che perseguiterebbero il nostro Silvio Pellico redivivo. Quattro esempi, nella lunga collezione di processi.

Guardia di Finanza. Indagato nel ’94 e poi rinviato a giudizio per quattro tangenti pagate (e confessate) da manager Fininvest a ufficiali della Guardia di Finanza per ammorbidire verifiche fiscali a Videotime, Mondadori, Mediolanum e Telepiù fra il 1990 e il ’94. Secondo i pm e il gup, le avevano autorizzate sia Silvio sia Paolo B.. Ma il Tribunale di Milano, oltre ai manager corruttori e ai finanzieri corrotti, condanna soltanto Silvio (2 anni e 9 mesi) e assolve Paolo, che pure era reo confesso (si sarebbe autocalunniato per coprire il fratello). La Corte d’appello conferma l’impianto della prima sentenza, ma concede al Cavaliere le attenuanti generiche, così la prescrizione si dimezza e falcidia le tre tangenti più antiche. La sentenza però afferma che B. era colpevole per tutte e tre. Resta quella per Telepiù, ma i giudici non la ritengono sufficientemente provata e lo assolvono col comma 2 dell’art. 530 Cpp (la vecchia insufficienza di prove). Poi, già che si sono, tornano a ipotizzare che sia responsabile anche Paolo (ormai fuori pericolo). Uno splendido assist che nel 2001 consente alla Cassazione l’autogol perfetto: conferma tutte le condanne fuorché per B., che dalla prescrizione sulle prime tre tangenti passa all’assoluzione per insufficienza di prove (il solito comma 2 del 530), perché il via libera alle mazzette potrebbe averlo dato lui, ma pure Paolo. Che però, già assolto, non può essere riprocessato. Così B. può pure andare in giro a fare la vittima delle toghe rosse.

Lodo Mondadori. Nel 1997 B. è indagato con gli avvocati Previti, Acampora, Pacifico e col giudice Vittorio Metta per averlo comprato in cambio della sentenza del ’90 che annullava il lodo Mondadori e regalava la casa editrice a Fininvest. Ma nel 2000 il gup proscioglie tutti col solito comma 2 dell’art. 530. La Procura ricorre alla Corte d’appello. Che nel 2001 le dà ragione e torto al gup, rinviando a giudizio tutti gli imputati tranne B., appena tornato a Palazzo Chigi: lui si salva per prescrizione.

Motivo: lui – diversamente dai coimputati – non risponde di corruzione giudiziaria, ma semplice, per un buco legislativo che all’epoca ne faceva “solo” un “privato corruttore”. E come tale, a differenza degli altri, merita le attenuanti generiche che dimezzano la prescrizione. Per tre motivi. 1) A Roma c’era un “evidente un sistema di mercimonio delle pronunce giudiziarie”. Il “così fan tutti”, anziché un’aggravante, diventa un attenuante. 2) B., dopo aver scippato la Mondadori a De Benedetti, fece un “accordo con l’attuale parte offesa” (l’Ingegnere) per restituirgliene un pezzo (Repubblica e l’Espresso). Che è come premiare il ladro d’auto che, una volta rubata una macchina, gentilmente restituisce al derubato il volante e un sedile. 3) “Per le attuali condizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo rilievo di per sé giustifica l’applicazione” delle attenuanti. Il presidente del Consiglio merita un trattamento particolare. “Di per sé”. La Cassazione confermerà poi con qualche ritocco l’incredibile sentenza, condannando Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione giudiziaria. Ma non B.: lui è speciale. Di per sé.

Caso Squillante. C’è un altro giudice romano a libro paga della Fininvest, secondo la supertestimone Stefania Ariosto, i pm e il gup di Milano: l’ex capo dei gip Renato Squillante. La prova è un versamento di 343 mila dollari che nel 1991, in poche ore, parte da un conto svizzero Fininvest, approda a un conto svizzero di Previti e di lì al conto svizzero di Squillante. Nel 2004 il Tribunale di Milano salva B. per la prescrizione grazie alle ennesime attenuanti generiche (sesta volta in pochi anni). La Procura ricorre in appello e qui nel 2007 la Corte si supera, scavalcando in generosità persino il Tribunale: B. è assolto col solito comma 2 del 530. Motivo: il bonifico è certo, ma “perché mai un imprenditore avveduto come Berlusconi, dotato di immense disponibilità finanziarie, avrebbe dovuto effettuare (o meglio far effettuare) un pagamento corruttivo attraverso una modalità (bonifico bancario) destinata a lasciare traccia, anziché con denaro contante? E per quale ragione il pagamento avrebbe dovuto essere eseguito attraverso il transito sul conto di Previti anziché direttamente al destinatario? […]. Lo stesso risultato pratico sarebbe stato perseguibile più prudentemente con versamenti, sia pure all’estero, per contanti”. Nasce così la “prova impossibile”: se l’imputato non lascia tracce, è innocente perché manca la prova; se invece lascia tracce, è impossibile che le abbia lasciate, dunque la prova a carico diventa prova a discarico ed è innocente lo stesso. A prescindere. I giudici non devono credere neppure ai propri occhi. Quanto alle accuse della Ariosto, già ritenuta pienamente attendibile da una quarantina di giudici, sono un po’ attendibili e un po’ inattendibili. Dipende. “Suscita ovvie perplessità laddove accredita la tesi, deviante rispetto alle massime di esperienza, che persone accorte e professionalmente qualificate come Previti e Squillante si spartissero mazzette di denaro coram populo”. E qui siamo al triplo salto mortale logico carpiato: se B. lascia tracce su un bonifico in Svizzera, è impossibile perché è più probabile che pagasse cash; se Previti viene visto pagare cash, è impossibile perché è più probabile che usi sistemi più riservati (tipo i bonifici in Svizzera). Se ne deduce che la corruzione esiste soltanto quando non viene scoperta. Ma, se non viene scoperta, non è mai punibile. Almeno se l’imputato è B. (Previti invece verrà condannato e poi prescritto). Il Comma 22 fa giurisprudenza. Col timbro della Cassazione.

Caso Mills. B. viene rinviato a giudizio per aver corrotto un ex consulente Fininvest, l’avvocato inglese David Mills, con 600 mila dollari in cambio di testimonianze false o reticenti nei processi All Iberian e Guardia di Finanza che, – scrive lo stesso Mills al suo commercialista – “hanno salvato Mr B. da un mare di guai”. L’avvocato viene condannato due volte e prescritto in Cassazione. B., processato separatamente dopo gli infiniti rinvii imposti dalle sue leggi ad personam e agevolati dal calendario concordato dalla presidente del Tribunale Livia Pomodoro (un’udienza a settimana, poi una al mese), attende finalmente la sentenza di primo grado ai primi del 2012, appena in tempo per evitare – almeno in Tribunale – la prescrizione, che scatterà il 15 febbraio. Il 27 gennaio il processo è finito: concluse le requisitorie e le arringhe, manca solo la sentenza. Ma gli avvocati Ghedini e Longo tentano il tutto per tutto e giocano la solita carta dilatoria e pretestuosa: bloccano il collegio giudicante sulla soglia della camera di consiglio con l’ennesima ricusazione. In questi casi la Corte d’appello respinge le richieste pretestuose in pochi giorni. Ma stavolta impiega quasi un mese, temporeggiando fino al 23 febbraio. Così la sentenza arriva il 25, a processo morto: reato estinto per “sopraggiunta prescrizione”. Sopraggiunta quando? Dieci giorni prima, durante la melina dei giudici. Il 14 maggio la presidente del collegio firma e deposita le motivazioni senz’avvertire le giudici a latere. E scrive che, anche senza la prescrizione, B. sarebbe stato assolto lo stesso perché la lettera-confessione di Mills al commercialista era utilizzabile contro l’avvocato inglese, ma non contro di lui. Del resto lui è più uguale degli altri. Di per sé.

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Pre e post-impresentabili – Il Fatto Quotidiano

Ci vorrebbe Mario Brega, il mitico caratterista dei primi film di Verdone, per rispondere all’ultima scempiaggine di Renzi. “È Nostro Signore, santa Madonna! Manco le basi der mestiere te ricordi, ma che cazzo, Arfiooo!”, diceva Brega in Un sacco bello a don Alfio che non ricordava il nome di Gesù Cristo. Ora Renzi si avventura sull’impervio terreno degli impresentabili (altrui): “Un candidato siciliano alle Regionali è stato arrestato. Non lo avete letto con enfasi nei social o sul sacro blog perché è un candidato grillino. A parti invertite si sarebbe già alzato l’urlo: Impresentabili! Onestà! Per noi quel cittadino è innocente. Siamo garantisti, sempre, noi. Peccato che i grandi opinionisti non diano spazio alla contraddizione di questa cultura barbara del M5S che grida allo scandalo per un avviso di garanzia degli avversari e minimizza sulle indagini per omicidio colposo o per falso quando toccano i propri amministratori… Giustizialisti a giorni alterni”. Difficile infilare tante fesserie in poche righe. Mario Brega potrebbe liquidarle alla sua maniera: “Impresentabile de che, santa Madonna! Manco le basi der mestiere te ricordi, ma che cazzo, Matteooo!”.

Dinanzi a cotanto analfabetismo, è bene ripartire dal vocabolario: chi è “impresentabile”? È un candidato che per motivi penali, o etici, o politici, o di opportunità, o di prudenza non andrebbe presentato a un’elezione o a una carica pubblica, anche se nessuna legge lo vieta. I confini dovrebbe fissarli ogni forza politica in base all’art. 54 della Costituzione, che impone due doveri in più a chi ricopre pubbliche funzioni rispetto ai comuni cittadini: “Disciplina e onore”. A prescindere dalle regole processuali, tipo la presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva. Si può violare l’obbligo di disciplina e onore anche da incensurati, o rispettarlo da pregiudicati: dipende dai comportamenti, non dalle eventuali indagini o condanne. In Sicilia due aspiranti governatori (Cancelleri del M5S e Fava della Sinistra) hanno escluso tout court dalle liste gl’indagati, a prescindere dai reati, mentre Micari e soprattutto Musumeci imbarcavano di tutto. I 5Stelle, in Sicilia come ovunque, chiedono a chi vuol candidarsi la prova di non avere condanne definitive (il casellario giudiziale immacolato) né indagini in corso (il modulo con le iscrizioni nel registro degli indagati che ogni cittadino, in base all’art. 335 del Codice di procedura, può ottenere dalle Procure). È il massimo che si possa fare, anche se il rischio di brutte sorprese è sempre in agguato: il “335” può non registrare indagini segretate.

Ne sa qualcosa Virginia Raggi, che nominò l’assessora Paola Muraro e il dirigente Raffaele Marra perché esibivano un “335” pulito e poi scoprì che l’una era indagata (ma in segreto) e l’altro finì sotto inchiesta poco dopo e infine arrestato (per fatti di quattro anni prima). E lo sa bene anche Cancelleri, che mise in lista un ex carabiniere e poi scoprì che aveva una condanna a 2 mesi dal tribunale militare per violata consegna (abbandonò un posto di blocco senza permesso): trattandosi di pena lieve con la non menzione, il “335” non la registrava e l’interessato l’aveva nascosta ai 5Stelle. Che, quando lo scoprirono, non potevano più “scandidarlo” e allora lo espulsero e invitarono gli elettori a non votarlo. Fecero bene? Sì, ma non per la condanna; bensì per averla nascosta. Si può essere buoni amministratori anche con un’eventuale condanna per condotte non infamanti, come: una violata consegna in caserma, una dichiarazione controversa su una nomina (caso Raggi), un’imputazione colposa per una disgrazia in piazza (caso Appendino), il dissesto di una municipalizzata ereditato dai predecessori (caso Nogarin), il licenziamento di un addetto stampa (caso di Enzo Bianco, sindaco Pd di Catania, appena indagato per abuso d’ufficio).

Tutto diverso il caso di Fabrizio La Gaipa, primo dei non eletti M5S, arrestato l’altro giorno per estorsione e oggetto della demenziale dichiarazione di Renzi: il suo “335” era bianco perché i pm avevano segretato la sua iscrizione per non metterlo sull’avviso. Quando Cancelleri lo candidò, non era affatto impresentabile: lo è ora che non si presenta più, dopo che si erano prese tutte le precauzioni: un “post-impresentabile” col senno di poi. Proprio come Edy Tamajo, neodeputato siciliano alleato del Pd Micari: intonso prima del voto e subito dopo indagato per associazione a delinquere e corruzione elettorale. L’esatto opposto di Cateno De Luca, candidato da FI nonostante un processo per concussione e abuso (forse proprio per questo) e arrestato appena eletto per associazione a delinquere ed evasione fiscale. Il che fra l’altro la dice lunga sull’assurdità delle polemiche sulla “giustizia a orologeria” a ogni iniziativa giudiziaria prima del voto: i partiti seri dovrebbero pretenderla, non condannarla. Se La Gaipa fosse stato arrestato prima delle elezioni, i 5Stelle non l’avrebbero candidato. Centrosinistra e centrodestra possono dire lo stesso per Tamajo e De Luca? No di certo. Infatti non chiedono il casellario né tantomeno il 335 a nessuno: non saprebbero che farsene, visto che candidano fior di indagati, imputati e condannati (FI persino arrestati). A proposito: ieri il sottosegretario Pd alle Infrastrutture Umberto Del Basso de Caro ha ricevuto dai pm di Benevento un avviso di chiusura indagini per concussione e voto di scambio. Un altro post-impresentabile? Magari: quando Renzi lo nominò, De Caro era indagato a Napoli per Rimborsopoli; poi fu prosciolto e reindagato a Benevento, infatti Gentiloni lo confermò, con gli altri inquisiti De Filippo, Lotti e Castiglione. Tutti pre-impresentabili.

Sorgente: Pre e post-impresentabili – Il Fatto Quotidiano

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