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Di Boschi e di riviera – Il Fatto Quotidiano

Che la Vigilanza di Bankitalia non abbia vigilato sui crac bancari, lo sanno anche i bancomat. Che Ignazio Visco, detto Tutto-va-ben-madama-la-marchesa, in un Paese serio non sarebbe più governatore da un pezzo, non ci sono dubbi (chi ne avesse ancora si legga Giorgio Meletti a pag. 2). Ma che a chiedere la sua testa sia il duo Renzi&Boschi, sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo. Chi ha lasciato marcire per anni le crisi bancarie senza muovere un dito, per non turbare l’ottimismo obbligatorio fino al referendum del 4 dicembre 2016, contribuendo a far lievitare il conto di quei crac fino a 60 e passa miliardi a carico dello Stato? Il governo Renzi-Boschi. Ora, in linea con la regola aurea dei governi italiani – il bue che dà del cornuto al bue – siamo alla guerra per banche: ciascuno cerca un capro espiatorio da immolare sull’altare delle urne. E vedremo chi resterà col cerino in mano. Ma sarebbe paradossale se fosse il solo Visco, senza portarsi dietro il resto della compagnia. Se salta lui, non si vede come possa restare la sottosegretaria Boschi, favoritissima al premio Conflitto d’Interessi 2014-2017 (prima l’ambito riconoscimento era esclusiva di B.): una preziosa scultura di una faccia di bronzo.

Il 18.12.2015, prima che la Camera respinga la mozione di sfiducia M5S-Sel sul suo conflitto d’interessi di ministra e di azionista e figlia del vicepresidente di Banca Etruria, la statista di Arezzo giura: “Non c’è alcun conflitto d’interessi né favoritismo né corsia preferenziale: non ho tutelato la mia famiglia, ma solo le istituzioni… Si dimostri che ho favorito mio padre o che son venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare l’incarico”. E la sfanga.

Il 10.1.2016 torna sull’argomento in un’intervista al Corriere: “L’ipotesi di un mio conflitto di interessi è a dir poco fantasiosa… Se la cosa non fosse così seria, mi farebbe anche sorridere il fatto che alcuni autorevoli esponenti oggi prendano determinate posizioni, pur sapendo che sono le stesse persone che un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Banca Popolare di Vicenza. Se fosse stata fatta quell’operazione, oggi avrebbero avuto un danno enorme i correntisti veneti e quelli toscani”. Un attacco alzo zero a Visco che aveva caldeggiato la fusione Etruria-Vicenza. Poi purtroppo si scopre che la ministra ha mentito. Non una, ma più volte.

1) Nel marzo 2014, un mese dopo la nascita del governo Renzi, Maria Elena e Pier Luigi Boschi (membro del Cda di Etruria) ricevono nella loro villa di Laterina tre banchieri.

Sono – come rivela, mai smentito, Meletti – il presidente e l’ad di Veneto Banca, Flavio Trinca e Vincenzo Consoli, e il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari. Tema del vertice segreto: come resistere, con l’appoggio del nuovo governo, alle richieste di Bankitalia per fondere Etruria e Veneto Banca con Pop Vicenza. A maggio il papà della neoministra diventa vicepresidente di Etruria col neopresidente Lorenzo Rosi. I due bussano a tutte le porte, anche a quella del bancarottiere Carboni. Ma invano.

2) Nel gennaio 2015 – rivela Ferruccio de Bortoli – un mese prima del commissariamento di Etruria chiesto da Bankitalia al governo, la Boschi chiama l’Ad di Unicredit Federico Ghizzoni e gli chiede di rilevare una a caso delle varie banche decotte: Etruria. Ghizzoni inoltra la richiesta alla manager Marina Natale, che dà parere negativo. La Boschi smentisce e annuncia querela a De Bortoli (mai fatta). Renzi, nel suo libro Avanti, scriverà che “chiedere a Ghizzoni di studiare il dossier Etruria sarebbe stato come minimo ridondante visto che era un dossier che stavano studiando tutti”. E così sembra confermare lo scoop di De Bortoli, senza spiegare a che titolo la Boschi avrebbe chiamato il banchiere (non è il ministro del Tesoro e i ministri economici erano ignari dell’iniziativa).

3) Il 3.2.2015 manca una settimana al commissariamento di Etruria. Il governo Renzi ha appena varato il decreto che riforma le banche popolari (Etruria inclusa), imponendo loro di trasformarsi in Spa più grandi (qualcuno l’ha saputo in anticipo, ha fatto incetta di azioni Etruria e ci fa un sacco di soldi visto che il titolo si gonfia in pochi giorni fino al 60%). Quel giorno Consoli fa due telefonate (intercettate dai pm che indagano su Veneto Banca). Una al capo della sede di Bankitalia a Firenze: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”. L’altra a Pier Luigi Boschi, che promette: “Io ne parlo con mia figlia, col presidente (Renzi, ndr) domani e ci si sente in serata”.

4) L’altroieri, dal treno, Renzi ordina la dichiarazione di guerra a Visco: la scrive il capogruppo Rosato col contributo della Boschi e della sua fedelissima Silvia Fregolent. La sottosegretaria, che segue come una badante il premier Gentiloni, si dimentica di avvertirlo del blitz, lasciando all’oscuro anche i ministri e soprattutto il presidente Mattarella. I quattro non la prendono bene. Parlano di “tradimento”. I cronisti descrivono la sottosegretaria al Quirinale “appartata, abbacchiata e silenziosa”. Manca solo che i corazzieri le passino spazzola e strofinaccio per farsi lustrare le sciabole e spolverare i pennacchi. Lei non parla con nessuno, anche perché nessuno parla con lei (ma Gentiloni, cornuto felice, è costretto a difenderla, almeno in pubblico). Però qualcuno dovrebbe dirglielo: cara, hai mentito al Parlamento, hai interferito nell’affare Etruria, continui a impicciarti di banche mentre, alla sola parola, dovresti nasconderti sotto la scrivania: ora basta. Tòrnatene a Laterina e non farti più vedere, men che meno accompagnata dai genitori.

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Autonomi dalla verità – Il Fatto Quotidiano

Con tutti questi furti di democrazia e di sovranità, più si va a votare e meglio è. Ma, per parlare di democrazia e di sovranità, votare non basta. Altrimenti anche la Cuba dei Castro, la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan sarebbero modelli di libertà. Votare significa scegliere e scegliere significa sapere, cioè conoscere tutte le opzioni. Non è il caso dei referendum consultivi indetti per domenica in Lombardia e in Veneto al grido di “più autonomia”. Noi, che siamo per abolire le regioni (visto come gestiscono sanità e trasporti dalla Lombardia alla Puglia alla Sicilia) e passare a un federalismo municipale, di autonomia ne vorremmo meno. Ora, i referendum consultivi sono legittimi e i quesiti riguardano un meccanismo previsto dalla Costituzione (art. 116 modificato nel 2001 dalla riforma del Titolo V targata centrosinistra). Ma inquinati da una campagna elettorale piena di balle che spacca in due l’elettorato lombardo-veneto: una maggioranza di indifferenti-ignari che non andranno a votare; e una minoranza di disinformati che andranno a votare senza sapere per cosa votano o – peggio – convinti di votare per qualcosa che non esiste. Nei referendum si sceglie fra Sì e No. Ma qui nessuno – a parte Rifondazione e piccoli movimenti locali – si batte per il No: parlano solo quelli del Sì e chi è contrario si astiene. L’esito è scontato, anche se il peso politico della consultazione dipende dal numero dei votanti.

Cosa chiede il Sì. I quesiti di Lombardia e Veneto sono diversi, ma chiedono la stessa cosa: più autonomia, cioè più poteri e più risorse pubbliche alle due Regioni su una ventina di materie “concorrenti” e “negoziabili” fra Stato ed enti territoriali. E cioè: norme generali sull’istruzione, giudici di pace, rapporti internazionali, protezione civile, commercio con l’estero, distribuzione dell’energia, casse di risparmio, tutela dell’ambiente, beni culturali, sicurezza sul lavoro e così via.

Chi sta col Sì. Il partito promotore è la Lega Nord, a cui si sono accodati FI (ma non la Meloni, anche se i Fratelli d’Italia nordisti sono per il Sì), molti amministratori locali del Pd (come i sindaci di Milano, Beppe Sala, e di Bergamo, Giorgio Gori) e parte dei 5Stelle (che hanno formulato il quesito lombardo, eliminando le asprezze indipendentiste di quello leghista).

Cosa dice il Sì. La campagna elettorale la fa solo la Lega, che governa le due Regioni con Maroni e Zaia. E, soprattutto col primo, racconta frottole. Il sito della Regione Lombardia promette “un’ancora più ampia competenza in materia di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico”.

Peccato che tutte e tre le funzioni continueranno a far capo al governo centrale. Molti Comuni leghisti promettono competenze “simili a quelle delle regioni a statuto speciale, con meno tasse”: ma sul fisco non cambierà nulla, perché la Costituzione non ammette deroghe, infatti la Consulta ha bocciato i quesiti veneti in materia tributaria. Infine si ciurla nel manico sull’ammontare del “residuo fiscale”, cioè della differenza tra le tasse pagate dai cittadini delle singole Regioni allo Stato e la spesa pubblica destinata all’amministrazione centrale del territorio (servizi pubblici e trasferimenti di fondi). Come spiega Paolo Balduzzi su lavoce.info, i 57 o 52 miliardi annui millantati da Maroni per la Lombardia sono totalmente campati per aria: il dato reale è circa la metà. E comunque, se lo Stato concede l’autonomia alla Regione su una quota proporzionata alle funzioni trasferite, smette di spendere le relative risorse, dunque il residuo fiscale resta identico a prima.

Cosa cambia dopo. Non essendo giuridicamente vincolante, il referendum non cambia nulla. Ciò che invece è giuridicamente vincolante è il voto di un Consiglio regionale che incarichi la sua giunta di far scattare l’opzione prevista dall’art. 116: aprire una trattativa col governo per trasferire funzioni oggi in capo allo Stato. Cosa che le Regioni a statuto ordinario possono fare dal 2001 con la certezza di ottenere ciò che chiedono: basta inviare una lettera a Palazzo Chigi e poi trattare, senza bisogno di referendum. Anzi, se domenica l’affluenza fosse bassa, i referendum potrebbero persino danneggiare la causa autonomista che i proponenti vogliono agevolare: lunedì il governo potrebbe infischiarsi del risultato e lasciare Maroni e Zaia con un pugno di mosche. Cosa che invece non potrà fare con l’Emilia Romagna che, anziché puntare sull’arma propagandistica e costosa del referendum, ha seguito la via maestra (e gratuita): voto consiliare e lettera del governatore Bonaccini (Pd) al governo (con l’incredibile no della Lega, che ha buttato la palla in tribuna inventandosi la secessione dell’Emilia dalla Romagna, o viceversa).

Costi e benefici. In Lombardia si sperimenta il voto elettronico: nei seggi gli elettori digiteranno Sì, o No o bianca (nulla non si può) su 24 mila tabletappositamente acquistati dalla giunta Maroni. In Veneto invece si vota con le tradizionali matite e schede di carta. Così in Lombardia un referendum praticamente inutile, e forse anche dannoso, costerà pure ai contribuenti 50 milioni di euro; in Veneto, 14. Il tutto per “spingere” una richiesta di maggior autonomia che Maroni e Zaia potevano concedere alle loro Regioni dal 2008 al 2011, quando erano al governo nazionale, rispettivamente come ministri dell’Interno e dell’Agricoltura. Ora, delle due l’una: o hanno dormito per tre anni; oppure il referendum con l’autonomia non c’entra nulla, ma c’entra molto con i regolamenti di conti interni fra loro e Salvini, e con le prossime elezioni politiche e regionali. Tutto legittimo, per carità, a parte i 64 milioni buttati. Ma basta saperlo.

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Il golpista e il palo – Il Fatto Quotidiano | Blog di mywebnews

Nel 2003 il Consiglio d’Europa recepisce un documento della Commissione di Venezia (l’organismo comunitario che valuta lo stato della democrazia nei Paesi membri dell’Ue), dal titolo “Codice delle buone pratiche in materia elettorale”. È un forte richiamo ai Parlamenti affinché siano leali con gli elettori secondo l’art. 3 del Protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (“Elezioni libere ed eque”): “La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso e specialmente se presentano un carattere complesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle. Al punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare che il diritto elettorale sia uno strumento che chi esercita il potere manovra a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. Gli elementi fondamentali… del sistema elettorale non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o a un livello superiore alla legge ordinaria”.

In base a questa lettura della Convenzione dei diritti dell’uomo, che ha forza di legge e sovrasta le norme ordinarie degli Stati, la Corte di Strasburgo ha bocciato nel 2005 la legge elettorale della Bulgaria, ritenendola contraria al principio di neutralità perché cadeva a ridosso delle elezioni e penalizzava un partito a vantaggio degli altri. Proprio quel che sta accadendo col Rosatellum, approvato (per giunta col ricatto della fiducia) a meno di sei mesi dalle prossime elezioni al solo scopo di danneggiare il Movimento 5Stelle (e anche Mdp-Articolo 1) a vantaggio di tutti gli altri. Possibile che il presidente della Repubblica, fino a due anni fa giudice costituzionale, non si renda conto che questa legge, oltre a essere politicamente immorale e probabilmente incostituzionale, certamente calpesta la Convenzione europea e la sentenza 30386/05 “Ekoglasnost contro Bulgaria” e dunque espone l’Italia a un’analoga censura? Possibile che i presidenti delle Camere facciano finta di niente? Possibile che le frotte di giuristi che vanno in tv e scrivono sui giornali – a parte i pochissimi che si sono pronunciati in questi giorni – non abbiano nulla da eccepire? I più paraculi sventolano lo “stato di necessità”, come se in mancanza del Rosatellum l’Italia fosse priva di legge elettorale. Falso. La legge c’è: il doppio Consultellum, cioè il proporzionale con preferenza unica, anche se con modalità diverse fra Camera e Senato.

Per rendere omogenee le due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum basta una leggina, che avrebbe il doppio pregio di essere sicuramente costituzionale e neutra, senza favorire né sfavorire nessuno (tot voti, tot seggi) e anzi rendendo meno inaccettabile il fatto di legiferare alla vigilia delle urne. Invece si impone, con la tagliola della fiducia, una legge che è tutto fuorché neutrale, ma dichiaratamente punitiva per le uniche due forze politiche che non vogliono coalizzarsi con nessuno. Per giunta con un meccanismo incomprensibile che calpesta il diritto degli elettori di sapere per chi stanno votando. L’ha spiegato bene al Fatto il giurista Gianluigi Pellegrino, smascherando la truffa nascosta dietro il divieto del voto disgiunto. Nel Mattarellum e nel sistema tedesco (modelli misti, parte proporzionali parte maggioritari), l’elettore dà due voti: sceglie il candidato che preferisce nel suo collegio (quota maggioritaria) e la lista che più gli aggrada nella sua circoscrizione (quota proporzionale). Nel Rosatellum no, ha un solo voto: se barra il nome di Tizio nel collegio maggioritario, nel proporzionale deve per forza barrare una delle liste che lo sostengono; e, se non barra alcuna lista, il voto che ha dato al candidato va automaticamente ai partiti di quella coalizione. Cioè il suo voto viene utilizzato, a sua insaputa, per eleggere candidati-nominati che mai l’elettore vorrebbe mandare in Parlamento. Non solo: i voti dei non eletti nel collegio se li spartiscono i candidati delle liste proporzionali: tu credi di aver votato Tizio e invece fai eleggere Caio e Sempronio. Un unicum nel mondo.

Così i partiti coalizzati sfruttano i loro candidati di collegio, gli unici che girano sul territorio per farsi campagna elettorale, come specchietti per le allodole e traini per portare voti ai loro nominati. Cioè, con la quota maggioritaria del 36% e quella proporzionale del 64%, voti uno e nomini due (senza saperlo). È quello che Gustavo Zagrebelsky definisce “un sistema tecnicamente bastardo, che coarta la libertà dell’elettore nell’uno e nell’altro caso”: sia nel caso dell’elettore che vuole votare una lista sul proporzionale ed è costretto a votare pure il relativo candidato di collegio; sia nel caso dell’elettore che vuole votare il candidato di collegio ed è costretto a votare pure la lista (o, se non si esprime, le liste coalizzate) sul proporzionale. E proprio qui sta il più palese profilo di incostituzionalità del Rosatellum, alla luce delle sentenze della Consulta, la prima delle quali (la n.1/2014, scritta proprio da Mattarella) che – ricorda Zagrebelsky – hanno “ritenuto illegittimi i sistemi di voto che coartano in questo modo la libertà dell’elettore, cioè sistemi nei quali non è garantito il rapporto uno a uno, una scelta un voto”. Dunque, a meno che la Consulta non smentisca se stessa, il Rosatellum finirà come Porcellum e Italicum: sarà raso al suolo, ma solo dopo aver prodotto un nuovo Parlamento illegittimo, che a sua volta avrà figliato un nuovo governo illegittimo. Chi può e deve fermare questi golpisti lo sa benissimo: ora deve scegliere se fare il suo dovere o fare il palo.

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Italiani all’estero, nel 2016 emigrati in 124mila: il 39% ha tra i 18 e i 34 anni. Regno Unito meta preferita – Il Fatto Quotidiano

Più della metà provengono dalle regioni del Sud, partono spesso con la famiglia e per la loro nuova vita scelgono l’Europa. E sono soprattutto giovani quelli che se ne vanno: oltre il 39% delle 124mila italiani che sono emigrati nel 2016 ha tra i 18 e i 34 anni (oltre 9mila in più rispetto all’anno precedente, […]

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Catalogna ribadisce: “Chiediamo dialogo”. Giudici annullano legge sul referendum. In 200mila a Barcellona contro gli arresti – Il Fatto Quotidiano

“Il nostro impegno con i risultati del referendum di indipendenza è totale”. Poche parole del portavoce del Govern Jordi Turull per chiarire che la Catalogna risponde al secondo ultimatum di Madrid – che scade giovedì – mantenendo l’offerta di dialogo senza cambiare sostanzialmente i termini della prima risposta ritenuta “non valida” dal governo. Ovvero quella di […]

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Roma, i giudici sul Mondo di mezzo: “Non mafia autonoma né derivata ma ricorso sistematico alla corruzione” – Il Fatto Quotidiano

“Due diversi gruppi criminali“, uno che fa capo a Salvatore Buzzi e un altro a Massimo Carminati, ma nessuna mafia. Né “autonoma” né “derivata” perché è di fatto assente quella violenza, quella intimidazione che caratterizza le organizzazioni criminali, vengono riconosciute nell’articolo 416 bis. E né la corruzione, per quanto pervasiva, sistematica e capace di arrivare fino […]

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Chiara Appendino indagata per falso in atto pubblico. Di Maio: ‘M5s sotto attacco’. Fassino: ‘Governare è difficile’ – Il Fatto Quotidiano

Falso ideologico in atto pubblico. È questa l’accusa con cui la Procura di Torino ha iscritto nel registro degli indagati la sindaca del capoluogo piemontese Chiara Appendino, il suo capo di Gabinetto Paolo Giordana e l’assessore al Bilancio Sergio Rolando. I tre hanno ricevuto in mattinata gli avvisi di garanzia e nel tardo pomeriggio si sono […]

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Legge elettorale, Mdp a Mattarella: “La maggioranza non c’è più”. Ma per Ala missione compiuta: “E’ la nostra riforma” – Il Fatto Quotidiano

Allarme: manca la maggioranza. No, tranquilli: una maggioranza si trova sempre. Ha provato ad agitarsi Maria Cecilia Guerra, la capogruppo di Articolo 1 al Senato: ha chiesto un incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dal 3 ottobre Mdp non è più al governo, ma quello che sembrava una specie di appoggio […]

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La sera andavamo a Predappio – Il Fatto Quotidiano

Leggendo l’ultimo sermone domenicale di Eugenio Scalfari, viene in mente Fantozzi che si martella il pollice montando una tenda col ragionier Filini ma, siccome è notte e non vuole svegliare gli altri campeggiatori, corre per il bosco e solo quando ne esce prorompe in un lungo e liberatorio grido di dolore. Nato a Civitavecchia nel 1924, fascista sotto il fascismo, non pervenuto durante la Resistenza, antifascista dopo la caduta del Duce, da allora Scalfari passa per un sincero democratico: sia da liberale, sia da pannunziano (a Il Mondo, quando andava in via Veneto), sia da radicale, sia da deputato socialista, sia da filocomunista, sia da craxiano, sia da demitiano, sia da occhettiano, sia da dalemiano, sia da prodiano, sia da veltroniano, sia da ciampista, sia da napolitaniano, sia da mangiapreti, sia da papista, sia da lettiano antirenziano, sia da filorenziano. Il travestimento dura 72 interminabili anni. Poi l’altroieri l’anziano reazionario non ce la fa più ed esplode finalmente nell’urlo più liberatorio e fantozziano: la democrazia è una cagata pazzesca!

Testuale, a proposito del Rosatellum imposto da Renzi&C. con la fiducia al governo per far fuori la prima forza politica del Paese (i 5Stelle) e far vincere le elezioni alle altre: “Zagrebelsky è un mio amico, gli voglio un gran bene e ho grande stima per le sue capacità giuridiche ma sono da tempo in totale disaccordo sulla sua posizione politica. Lui ha molta considerazione per il popolo sovrano. È il popolo che deve decidere e decide e questa è la democrazia. La mia tesi è molto diversa… La sovranità è affidata a pochi che operano e decidono nell’interesse dei molti”. E quei pochi è meglio che non siano neppure eletti, visto che ultimamente il popolo bue (altro che sovrano) sbaglia sempre a votare: meglio farli nominare dai capi-partito, possibilmente da quelli che piacciono a Scalfari o chiedono consiglio a lui. Qualcuno, impertinente, ne ha concluso che, data l’età, il Fondatore non ci sta più con la testa. Noi invece pensiamo che non sia mai stato così lucido: ha solo perso i freni inibitori e può finalmente dire quello che aveva sempre clandestinamente pensato, ma non gli era mai convenuto scrivere, sennò ti saluto Mondo, Europeo, Espresso, Repubblica e relativi lettori. In effetti era dai tempi del conte de Maistre e del principe di Canosa che non si leggeva un pensiero politico di così ampie vedute. Manca solo un appello a farla finita col suffragio universale e a ripristinare quello per censo o per lombi, onde evitare che il voto di uno zotico grillino valga quanto quello del principe Eugenio e degli altri ottimati.

Ma una di queste domeniche arriverà. Seguirà una perorazione a riscrivere la Costituzione fin dall’articolo 1, ancora attardato su concetti polverosi e comunisti come “la sovranità appartiene al popolo”, che poi contribuiscono a traviare anche le menti migliori. Sfido io che Zagrebelsky “ha molta considerazione per il popolo sovrano”: a furia di lasciarlo lì all’articolo 1, ’sto popolo sovrano, va a finire che uno poi ci si affeziona. Resta da capire che ci stia a fare, sopra gli editoriali di Scalfari, la testata la Repubblica, in luogo della più consona “l’Oligarchia” o “l’Aristocrazia” o “la Dittatura”. Ma poi i lettori potrebbero non capire e soprattutto non comprare. Meglio procedere per gradi: un passo alla volta e si fa digerire tutto. Urge però una maggior collaborazione delle altre firme. Se vogliamo spiegare al popolo che non solo non conta una mazza, ma è pure giusto così, non è che i vari Mauro, Giannini, Zagrebelsky, Ainis e Folli possono sparare sulla fiducia al Rosatellum tutta la settimana, sennò la domenica il lettore legge Scalfari e gli viene la labirintite. Anche perché due anni fa, il 26.4 e il 2.5.2015, quand’era ancora travestito da democratico, pure lui si scagliava contro la fiducia imposta da Renzi sull’Italicum (“Renzi sta smontando la democrazia parlamentare col rischio di trasformarla in democrazia autoritaria” per “comandare da solo”) e contro le leggi elettorali che mandano al potere “una piccola minoranza del popolo sovrano”. Infatti ora il duca-conte Eugenio Cobram le canta chiare a quei pericolosi democratici che ancora infestano il suo giornale: “Mi è molto dispiaciuto di essere praticamente la sola voce che sostiene queste tesi”. Tutti stecchiti con una frase: strike con una sola palla.

Poi, non contento, prepara il terreno (e lo stomaco dei lettori) alla prossima, fantasmagorica svolta: la benedizione al Renzusconi prossimo venturo: “La vera funzione del Pd è opporsi al populismo”, cioè ai “Cinquestelle” e poi volendo pure alla “Lega Nord guidata da Salvini… che contamina l’intera destra berlusconiana. Questa presa di posizione di Renzi esclude eventuali alleanze con il Berlusconi attuale… E tuttavia… il Pd secondo Renzi non resterà solo ma potrà allearsi con una parte del centro”. Quindi, di suo, il Berlusconi della P2, della mafia, delle tangenti, della compravendita dei giudici e dei parlamentari, dei falsi in bilancio, delle frodi fiscali, delle cene eleganti, dei conflitti d’interessi, delle leggi ad personam, non è male: è Salvini che lo “contamina” col suo “populismo”. Perciò niente alleanze “con il Berlusconi attuale”, ma con quello che la sera delle elezioni saluterà Salvini e andrà con Renzi, sì: in quel preciso istante B. smetterà di essere “populista”, diventerà “di centro” perché avrà il merito di non lasciare solo Renzi. Insieme, si capisce, al partito Repubblica-Aristocrazia-Oligarchia-Dittatura che – ricorda il Duca-Conte – è l’unica erede di “Giustizia e Libertà”, “dei fratelli Rosselli, di Ugo La Malfa, di Riccardo Lombardi” e delle “brigate partigiane che erano su quella linea”. Tanto prima di arruolarli ha controllato: se Dio vuole, sono tutti morti.

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