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Appunti da una festa – Il Fatto Quotidiano

6 settembre 2017

Mentre scrivo ho ancora negli occhi le migliaia di amici del Fatto che hanno affollato, ancor più che negli anni scorsi, l’ottava festa del nostro giornale alla Versiliana. Quattro serate e tre giornate piene di incontri dei generi e sui temi più vari: dalla serata Loft per il lancio della nostra piattaforma tv davanti a 2500 ragazzi e molti genitori allo spettacolo di Sabina Guzzanti, dalla mia chiacchierata sulle “Balle spaziali” dell’anno alle improvvisazioni finali di Ficarra e Picone stimolati da Buttafuoco. E, in mezzo, dibattiti sulla politica di ogni colore, la mafia, la corruzione, gli scandali, l’immigrazione, la tv e le elezioni anticipate da Mieli e Padellaro; e appuntamenti in apparenza più leggeri come quelli con Selvaggia Lucarelli sulla web-spazzatura e la web-politica, con Antonio Manzini sul romanzo poliziesco, con Sabrina Ferilli sull’impegno degli artisti. Grazie ai nostri ospiti che, comunque la pensassero, sono stati ascoltati con rispetto (che non esclude i fischi e i dissensi). Grazie alla nostra squadra – redazionale, tecnica e amministrativa – che ha dato il massimo con pochi mezzi. Grazie soprattutto alla grande comunità dei nostri lettori, abbonati e soci di Fatto, quelli storici e di quelli nuovi, che arrivano da ogni parte d’Italia e non finiscono mai di stupirci (sabato, al termine del dibattito sul centrodestra, mi ha avvicinato una signora per dirmi: “Io vi detestavo, vi pensavo settari e arroganti, invece ho visto che fate parlare tutti e, siccome siete gli unici, da domani comprerò il Fatto”).

Nei vari incontri, seduto fra la gente, ho cercato di dare un senso all’applausometro e al fischiometro: cioè di capire dove vanno e come cambiano, in questi tempi confusi, disorientati, “liquidi” e un po’ incattiviti, gli umori della nostra comunità e se il nostro giornale sa interpretarli al meglio. Rivelatori i “processi” alla sinistra, alla destra e ai 5Stelle, e il dibattito fra il ministro dell’Interno Marco Minniti, Furio Colombo e Milena Gabanelli. Chi, dall’esterno, con la consueta pigrizia mentale che vive di slogan e di etichette, si aspettava un derby fra il giornale “grillino” e il resto del mondo è rimasto deluso. E ha dovuto rassegnarsi all’idea molto meno rassicurante (per lui) di un giornale libero, una comunità aperta che applaude o fischia, ma soprattutto ascolta a prescindere dagli schieramenti perché la bussola non sono le bandiere di partito, ma i valori costituzionali che, fin dalla fondazione, il Fatto ha scelto come unica linea politica. È capitato così che esponenti rispettabili della sinistra storica come Bindi e Bersani ricevessero applausi a scena aperta.

Ma anche Giorgia Meloni, quando ha chiesto le primarie nel centrodestra per superare il decrepito liderismo berlusconiano. È accaduto persino che, sulle politiche migratorie, due posizioni inconciliabili come l’idealismo di Furio Colombo e il pragmatismo di Minniti e Gabanelli fossero accolte con uguale rispetto e consenso. E che, al posto della contestazione al ministro temuta da qualcuno al Viminale, si avvertisse una condivisione o almeno un’apertura di credito per un politico della vecchia sinistra che prova a fare qualcosa e mostra di avere una visione d’insieme su un tema complesso e irrisolvibile come la migrazione biblica da Sud a Nord. Forse perché, mentre parla, non fa uscire dalla bocca il solito fumo politichese e non butta la palla in tribuna (“ci pensi l’Europa”), ma annuncia misure concrete (già prese o in cantiere) e si accolla impegni stringenti (“sul rispetto dei diritti umani sotto il controllo dell’Onu nei campi di raccolta in Libia mi gioco la faccia e la carriera, cioè tutto”). Due giorni prima la Bindi, non certo sospettabile di tendenze destrorse, xenofobe o fascistoidi, aveva detto: “Preferisco avere un ministro dell’Interno che non averlo, come nei quattro anni precedenti” (quando c’era, si fa per dire, Alfano). Non sappiamo se Minniti ce la farà, in pochi mesi, a ribaltare i guasti di un’inerzia almeno ventennale. Ma glielo e ce lo auguriamo. Il crollo degli imbarchi e degli sbarchi (senza più morti annegati) fra luglio e agosto è solo la precondizione di una sfida colossale, che passa per la stabilizzazione del Nord Africa, la guerra ai trafficanti di esseri umani che ricattano le classi dirigenti locali e alimentano l’economia illegale (l’unica esistente), una cooperazione finalmente efficace e non predatoria, una vera integrazione dei veri profughi in Italia (e si spera in Europa) insegnando loro non solo la lingua e un mestiere, ma anche lo Stato laico, la distinzione fra Sharia e codici penale e civile, la parità uomo-donna ecc.

Mentre Minniti parlava a una platea prima diffidente, poi aperta, infine empatica, pensavo al branco dei quattro giovanissimi appena arrestati a Rimini per i brutali stupri della donna polacca e della trans peruviana: il congolese di 20 anni sbarcato a Lampedusa, richiedente asilo, fino a due mesi fa ospite di una casa famiglia e poi sparito nel nulla, con un tenore di vita tanto alto quanto inspiegabile; i due fratelli marocchini di 15 e 17 anni (figli di genitori col permesso di soggiorno, ma nei guai con la giustizia) e il nigeriano di 16, tutti e tre nati in Italia e denunciati per piccoli furti. Materiale altamente infiammabile che, se avessimo trascorso l’ennesima estate con decine di migliaia di sbarchi, sarebbe esploso innescando uno tsunami di razzismo molto più vasto e travolgente di quello che vediamo. E il partito della paura avrebbe fatto altri proseliti. Se ciò non è accaduto e Salvini è ridotto a parlare della Boldrini (cioè del nulla), è per la diffusa sensazione che si sta cominciando a governare i flussi migratori e a mettere un po’ d’ordine sulle due sponde del Far West Mediterraneo. Nulla è risolto, ma scusate se è poco.

Sorgente: Appunti da una festa – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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