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Ad Renzos – Il Fatto Quotidiano

10 settembre 2017

Ci voleva il Pd renziano, con la collaborazione straordinaria del diversamente renziano ministro Orlando, per partorire un’idea geniale che non era venuta neppure agli aspiranti imbavagliatori del passato: Mastella e Alfano. L’idea – non solo pensata, ma già tradotta in una bozza di decreto – è questa: per evitare che i giornali trascrivano e i cittadini conoscano le parole intercettate dei potenti indagati e dei loro compari, non basta vietare di pubblicarle; bisogna proprio proibire ai magistrati di riportarle nei loro atti (avvisi di garanzia, ordinanze di custodia cautelare o di perquisizione o di sequestro). Si chiude il rubinetto a monte, così a valle non arriva più acqua. E la gente ignara riprenderà a votare, anzi ad amare i manigoldi che la sgovernano. Testuale: “È fatto divieto di riproduzione integrale nella richiesta (del pm al giudice, ndr) delle comunicazioni e conversazioni intercettate, ed è consentito soltanto il richiamo al loro contenuto”. Sul concetto di “richiamo” si eserciteranno i giuristi, i linguisti, ma soprattutto gli umoristi.

Il poliziotto che intercetta o il pm che indaga non potrà più riportare il testo letterale delle conversazioni: solo riassuntini con parole sue (mesi di lavoro in più). Ti ha colpito di più una frase? Parafrasa quella. E pazienza se altre erano più importanti: scegli tu, a capocchia, quello che preferisci o è più consono con la tua carriera. Se c’è di mezzo il premier o un ministro o un generale da cui dipende il tuo futuro, riassumi i saluti iniziali e i convenevoli finali e lasci perdere il resto, ché ti conviene. Se invece ti vuoi inchiappettare un innocente che non conta nulla, calchi un po’ la mano, fraintendi un paio di frasi e quando fra qualche anno qualcuno leggerà il testo integrale sarà troppo tardi: in ogni caso, potrai sempre dire di aver capito male, mentre oggi, se metti in bocca a qualcuno ciò che non voleva dire né pensare, c’è lì la trascrizione testuale a sbugiardarti e a salvarlo. Non vorremmo essere nei panni degli avvocati che dovranno impugnare arresti, sequestri e perquisizioni fondati su “contenuti” di conversazioni che non conoscono, o eccepire su frasi sentite male o interpretate a rovescio: a che si attaccheranno, al riassuntino? Complimenti vivissimi al ministro, che per fortuna ha scritto una norma-barzelletta illiberale, inattuabile e incostituzionale: almeno c’è speranza che non entri mai in vigore. Complimenti anche per la marchetta “ad Renzos patrem et filium”, che manda in fumo l’inchiesta Consip vietando l’uso del Trojan per intercettare i cellulari. Ma qui risponderanno i pm, sempre più disarmati.

Noi siamo più affascinati dalla nuova mansione che Orlando ha pensato per la nostra categoria: non informare i cittadini nel modo più preciso e dettagliato possibile, ma riassumere i riassunti dei pm, a loro volta basati sui riassunti della polizia giudiziaria. Il riassunto del riassunto del riassunto, la parafrasi di terza mano. Come nel “Telefono senza fili”, dove il primo concorrente sussurra una frase all’orecchio del secondo, il quale sussurra quel che ha capito all’orecchio del terzo, e così via, finché l’ultimo declama una frase ormai priva di senso compiuto e di attinenza con quella di partenza. Nel nostro caso, l’ultimo è il cittadino, che non ci capirà più nulla: che poi è il vero obiettivo della “riforma”. Già in cantiere presso il ministero della Giustizia un ciclo di corsi di formazione per il personale, a base di dizionari dei sinonimi e vaselina, onde evitare che espressioni troppo forti ed esplicite turbino la serenità dell’attività giudiziaria, politica ed elettorale (guai a ripetere le stesse parole intercettate, come nel “Taboo”). Qualche esempio.

Piero Fassino parla con Giovanni Consorte della scalata Unipol-Bnl: “E allora, siamo padroni di una banca?”. Per aggirare il testo e dare il contenuto, poliziotto e pm dovranno arrampicarsi sugli specchi: “Il segretario Ds manifesta un certo interesse all’acquisizione dell’istituto di credito”. E morta lì: per maggiori informazioni, rivolgersi a Orlando. Dopo una “cena elegante” a base di bunga-bunga, B. telefona al suo pappone personale Gianpi Tarantini: “La patonza deve girare”. Che dire, per renderne il contenuto? “Il premier in carica esorta l’interlocutore ad attivare la rotazione dell’organo sessuale femminile”. Salvatore Buzzi chiama la sua segretaria: “Il traffico de droga rende meno degli immigrati!”. Versione purgata a norma di decreto Orlando: “Il cooperatore progressista analizza l’andamento e le oscillazioni dei vari settori merceologici del paniere del Pil, segnalando una forte crescita degli investimenti esteri sulle normali attività nazionali”. Stefano Ricucci confessa che, nelle scalate illegali del 2005, “stamo a fa’ i furbetti der quartierino”, mentre quelli del salotto buono della finanza che si oppongono “vojono fa’ i froci col culo de l’altri”. Non potendo pubblicare il testo, troppo comprensibile anche a orecchi non giuridici, gl’inquirenti ne sunteggeranno il contenuto come segue: “Il finanziere di Zagarolo sottolinea l’astuzia tipica dell’area urbana di sua pertinenza e stigmatizza le tendenze omosessual-parassitarie della concorrenza”.

Ps. Dopo apposite esercitazioni linguistico-semantiche, saremo finalmente pronti a riassumere anche il contenuto autentico dell’art. 21 della Costituzione (che ancora suona: “…la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”) e dell’art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (“Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione… di opinione e di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza dalle autorità pubbliche”), alla luce delle nuove disposizioni governative: “Noi siamo noi e voi non siete un cazzo”.

Sorgente: Ad Renzos – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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