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Figli di Trojan – Il Fatto Quotidiano

11 settembre 2017

Per dire in che mani sono il governo e la giustizia in Italia, basta questo: due giorni fa, Repubblica rivela il decreto delegato del guardasigilli Andrea Orlando sulle intercettazioni telefoniche e ambientali inviato ai capi delle Procure in vista dell’incontro di domani. Il testo va oltre la delega affidata dal Parlamento al governo: questa riguardava la pubblicazione di intercettazioni e non i poteri dei magistrati di disporle per scoprire i reati e i loro autori; invece il decreto taglia anche le mani ai pm, limitandone il potere di intercettare, guardacaso per i reati di corruzione e contro la PA (niente più “Trojan horse” per captare colloqui e messaggi sugli smartphone: con tanti saluti all’inchiesta Consip e a tante altre). E poi imbavaglia la stampa e costringe polizia giudiziaria e pm a riassumere il contenuto delle conversazioni intercettate, vietando di riportarne le trascrizioni e allungando a dismisura i tempi delle indagini. Risultato: tuoni e fulmini da magistrati, avvocati, editori e giornalisti. Ma anche dalle opposizioni (M5S e SI) e persino dalla maggioranza (Mdp e singoli dissidenti Pd), mentre ovviamente il centrodestra tace e acconsente, essendo il decreto Orlando addirittura peggio delle peggiori porcate targate B. Giustamente l’ex ministro Mastella, autore di una legge sulle intercettazioni votata alla Camera ma fortunatamente non al Senato, ricorda di essere stato “crocifisso per molto meno”: lui il riassunto lo pretendeva dai giornalisti, non dagl’inquirenti. E così pure Alfano, che riprese quel progetto peggiorandolo, ma non ai livelli di Orlando, e venne stoppato dalla piazza e pure da Napolitano.

Ma i renziani e i diversamente renziani che ci sgovernano non si accontentano di farci rimpiangere i pessimi Guardagingilli del passato: tentano di riabilitare l’intero blocco berlusconiano. Che produceva leggi vergogna in dosi industriali, ma almeno ci metteva la faccia (si fa per dire) dei vari autori. Infatti ciascuna portava il nome del ministro o del parlamentare che l’aveva scritta: la Gasparri, la Cirami, la Pecorella, i condoni e gli scudi Tremonti, la Castelli, il lodo Schifani, il lodo Alfano, l’ex Cirielli (il primo firmatario che, appena la vide, si vergognò e ritirò la firma). Almeno si sapeva con chi prendersela. Ora non più. Tutte le leggi vergogna del centrosinistra sono figlie di madre ignota (da cui l’espressione “figlio di mignotta”): appena se ne scopre il testo è tutto un fuggifuggi e una gara a prendere le distanze da se stessi, come se una norma potesse scriversi da sola. Lanciano il sasso e nascondono la mano, come la loro Rai per far fuori Milena Gabanelli.

Chi, a Natale del 2014, infilò nella riforma fiscale il condono per le frodi fino al 3% del fatturato, che cancellava l’unica condanna definitiva di B.? Quel comma è ancora in cerca d’autore. Chi infilò nella manovra 2015 l’emendamento pro petrolieri che stava a cuore alla ministra Guidi (con fidanzato lobbista incorporato)? Ah saperlo. Chi autorizzò la Polizia a sequestrare e deportare in Kazakistan, con ordini partiti dagli uffici di Alfano, Alma e Alua Shalabayeva, moglie e figlia di un noto dissidente? Mistero. Ora tocca a Orlando, che dalle ferie americane annuncia stentoreo: “Di una cosa sono certo: non sarà questo il testo finale della riforma delle intercettazioni. Voglio essere chiaro: questo è un testo di cui non riconosco la paternità”. Strano: è stampato su carta intestata “Ministero della Giustizia” ed è stato inviato alle Procure con lettera d’accompagnamento firmata “Ministro Andrea Orlando”. Qualcuno scrive decreti e firma lettere a suo nome, ma a sua insaputa? E che aspetta Orlando a individuare e licenziare in tronco il pericoloso millantatore che legifera nell’ombra per screditarlo? Se non lo fa, ci autorizza a pensare che conoscesse benissimo il decreto, redatto secondo le indicazioni dei renziani e degli alfaniani (terrorizzati dalle indagini e dalle relative cronache per ovvi motivi). E che lo abbia messo in circolo per lanciare un ballon d’essai (se nessuno dice niente, andiamo avanti), o per trattare con pm e cronisti con la pistola sul tavolo (se non fate come dico io, peggio per voi).

Naturalmente non è Orlando a temere le indagini, ma sono gli azionisti di maggioranza del suo governo e del suo partito, che vanno assecondati in vista delle elezioni e soprattutto delle liste, onde evitare di trovarsi a spasso. Cattivi pensieri che diventano quasi certezze leggendo un altro passo dell’autodissociazione orlandiana: “Da un punto di partenza dovevo pur cominciare”. Minacciamo un mega-bavaglio, così li spaventiamo e ne accettano uno medio. Come se la libertà di stampa e la legalità non fossero valori inalienabili, ma merci di scambio trattabili sul mercato. Sul divieto di Trojan per la corruzione e sulla cancellazione delle intercettazioni “penalmente irrilevanti”, cioè sui punti più cari a Renzi e ai suoi cari, ansiosi di chiudere il caso Consip e occultare nuovi dialoghi padre-figlio, Orlando non dice una parola: segno che quei punti non sono neppure trattabili. Chiamiamolo dunque col suo nome, questo decreto: Renzi’s (nel senso della famiglia)-Orlando. Oppure Renzi’s-ex Orlando, casomai il ministro se ne volesse dissociare, alla Cirielli. Era proprio lui, quando quei pericolosi minimalisti dei berluscones volevano fare sulle intercettazioni molto meno di quel che sta facendo lui, a strillare nel 2010: “Con la scusa della privacy… puntano a bloccare la libertà di informazione e la capacità dello Stato, e non della magistratura, di indagare sui reati gravi… Il premier dovrebbe tener conto che l’80% delle intercettazioni viene disposto per reati di mafia”. Se ora ha cambiato idea, dovrebbe spiegarci il perché. Intanto chiamiamolo come il suo decreto: Andrea Ex Orlando.

Sorgente: Figli di Trojan – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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