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Due stupri due misure – Il Fatto Quotidiano

13 settembre 2017

Ogni volta che un orrendo delitto “di strada” sconvolge l’opinione pubblica e invade i media, l’impressione è che esistano due codici penali, procedurali, informativi, politici ed etici: uno per i criminali “comuni”, l’altro per i colletti bianchi. L’affare si complica quando lo stesso orrendo crimine – nel nostro caso lo stupro – sono accusati di averlo commesso persone di diverso status sociale: prima gli ultimi della graduatoria, cioè un gruppo di immigrati a Rimini; poi due carabinieri in uniforme a Firenze. Lì il sistema – giudiziario, mediatico e politico – impazzisce.

Sul fronte giudiziario, i quattro immigrati di Rimini finiscono in carcere, mentre i due carabinieri di Firenze restano a piede libero (nemmeno ai domiciliari). Eppure, per i primi come per i secondi, è arduo sostenere che ricorrano le esigenze cautelari previste dalle rigidissime leggi italiane per poterli arrestare prima del processo (leggi scritte apposta dai politici per non far arrestare nessun colletto bianco, dunque nessun criminale di qualunque specie, ceto e censo): non possono concretamente inquinare le prove (ormai affidate all’esame del Dna, a video di telecamere o Iphone, al racconto delle vittime e dei testimoni); né sono sul punto di scappare (il pericolo di fuga dev’essere concreto e dimostrabile, tipo col biglietto aereo già comprato); né, essendo indagati coram populo per stupro, è prevedibile che si dedicheranno ad altri stupri. Ma chi andrà mai a invocare il “garantismo” o a denunciare un caso di “manette facili” per quattro “stranieri”? Quindi, anche per tacitare l’opinione pubblica e i politici pronti ad aizzarla, non si va tanto per il sottile e si butta via la chiave. Per i carabinieri è diverso, anche se dovrebbe essere uguale: il caso è già di per sé abbastanza imbarazzante per l’Arma e per l’Italia (le due vittime sono americane), figurarsi la scena di due paia di manette sulla divisa della Benemerita. Eppure gli immigrati di Rimini hanno ammesso più dei carabinieri di Firenze.

Sul fronte politico e mediatico saltano tutti i canoni, le parole, le coniugazioni dei verbi applicati alle indagini sui potenti. Questi, 5Stelle esclusi, sono sempre “innocenti fino a condanna definitiva”, autori di “presunti reati” (anche se immortalati da foto, filmati, intercettazioni), gente che al massimo – volendo esagerare – “avrebbe” fatto qualcosa, al netto di persecuzioni giudiziarie, accanimento, giustizialismo, uso politico della giustizia, sacra privacy e circuito mediatico-giudiziario. Anche gli immigrati accusati di stupro non sono colpevoli fino alla Cassazione.

Ma nessuno si sogna di definirli “presunti stupratori”: molti optano anzi per “bestie”, tanto il rischio di querela è pari a zero. Se poi, puta caso, si scopre che uno dei quattro non ha stuprato nessuno, chi se ne frega. I due carabinieri invece, essendo italiani e usi a obbedir tacendo, hanno almeno diritto alla qualifica “presunti stupratori”. Ma il comandante Tullio Del Sette e la ministra Roberta Pinotti usano parole durissime e, nel dubbio, li sospendono dal servizio in via “precauzionale”. Giusto: nessuno può indossare la divisa di tutore della legge col sospetto di averla così orrendamente violata. Dice Del Sette, senz’attendere la sentenza definitiva, né quella provvisoria, né il rinvio a giudizio, né la richiesta del pm, “il primo dovere di un carabiniere è quello di essere un cittadino esemplare, di agire nell’onestà morale, nella piena legalità. Se non lo fa, tradisce una scelta di servizio”. Parole sante. Però ad adottare il provvedimento sono un governo che non sospende quattro suoi membri indagati o imputati per gravi reati; e un comandante (Del Sette, appunto), indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento agli inquisiti dello scandalo Consip, cioè per aver rovinato l’indagine sulle tangenti per truccare l’appalto più grande d’Europa, che il governo non sospende, anzi conferma.

La fondatezza delle accuse a Del Sette è pari a quella delle accuse ai due carabinieri: la parola di due testimoni (gli ex dirigenti Consip Ferrara e Marroni) contro la sua. Certo, il favoreggiamento non è lo stupro: ma si può seriamente sostenere che un appuntato e un carabiniere scelto accusati di stupro infanghino l’Arma più del comandante generale accusato di spifferare segreti agli indagati di un mega-scandalo di corruzione? Se “il primo dovere di un carabiniere è quello di essere un cittadino esemplare, di agire nell’onestà morale, nella piena legalità”, questo dovrebbe valere tanto per gli ultimi anelli della catena quanto, a maggior ragione, per il primo. Che ci fa ancora Del Sette al vertice dell’Arma? Che ci fa il generale Emanuele Saltalamacchia, indagato per gli stessi reati, al comando dei Carabinieri toscani (diretto superiore dei due presunti stupratori)? E che ci fa Luca Lotti, indagato per gli stessi reati, al ministero dello Sport?

Non basta. Sugli stupri di Rimini e Firenze, tv e giornali hanno pubblicato i verbali, fin nei minimi e più raccapriccianti dettagli, degli indagati e addirittura delle vittime (che, trattandosi di testimonianze, sono coperte dal segreto), e i pm e gli avvocati ne hanno diffusamente parlato in interviste e conferenze stampa. Secondo noi, è giusto così, visto l’interesse pubblico delle notizie. Peccato che le stesse regole non valgano per i politici e i potenti in genere: noi, ad esempio, per molto meno – notizie e intercettazioni segrete su Consip che infastidivano la Renzi Family – siamo stati perquisiti dalla Procura di Napoli, mentre quella di Roma indagava il pm Woodcock e la sua compagna. Dobbiamo dedurne che le fughe di notizie sono lecite per gli stupri e proibite per le mazzette? E dove sta scritto? Nel Codice del Marchese del Grillo?

Sorgente: Due stupri due misure – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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