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Privacy un par di palle – Il Fatto Quotidiano

14 settembre 2017

Siccome chiodo scaccia chiodo, è prontamente scomparso dalla scena politica e mediatica il decreto Orlando – poi in gran parte rinnegato dallo stesso ministro e firmatario – che impone agli inquirenti di riassumere il “contenuto” delle intercettazioni, onde evitare che i giornalisti e soprattutto i cittadini elettori vengano a conoscenza delle trascrizioni, e proibisce il Trojan Horse per intercettare gli smartphone di corrotti e corruttori. Al momento, non si sa quale testo-base viene sottoposto ai capi delle Procure che da ieri vengono auditi dal Guardasigilli, visto che quello inviato in prima battuta si era scritto da solo ed è stato sconfessato come figlio di NN. In attesa di saperne di più, Ines Tabusso segnala nel suo blog sul sito del Fatto un dettaglio che, se non fossimo in Italia, avrebbe dell’incredibile. Appena tre mesi fa è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto legislativo 25.5.2017 n. 90 “Attuazione della direttiva (Ue) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo”. Direttiva ispirata alle raccomandazioni del Gruppo azione finanziaria internazionale Fatf, l’organismo intergovernativo indipendente che promuove politiche contro il riciclaggio, i finanziamenti al terrorismo e al mercato delle armi di distruzione di massa.

Il decreto impone alle banche e al mondo finanziario di fare preventivamente i raggi X ai loro clienti, a seconda dei rischi che le loro biografie comportano. Rischi che aumentano per chi ricopre o ha ricoperto funzioni pubbliche, specie in Paesi ad alto tasso di corruzione. Si tratta delle “Persone politicamente esposte” (Pep, Politically exposed person), cioè dei “soggetti che occupano o hanno occupato importanti cariche pubbliche”, in “ruoli dei quali è possibile abusare per riciclare fondi illeciti o compiere altri reati presupposto, quali la corruzione o la concussione”, dunque vanno “adottate misure rafforzate di natura preventiva (non penale)”. La nuova legge va anche oltre, definendo le Pep “persone fisiche che occupano o hanno cessato di occupare da meno di un anno importanti cariche pubbliche, nonché i loro familiari e coloro che con i predetti soggetti intrattengono stretti legami”: politici, pubblici amministratori, magistrati, ufficiali delle forze armate, dirigenti di banche, imprese controllate o partecipate dallo Stato, Asl, ospedali che – per i loro rapporti con lo Stato – sono molto più esposti di un quivis de populo alle tentazioni. Quindi le Pep devono accettare da banche e intermediari finanziari controlli molto più invasivi.

E allora non si vede perché il governo tutto Pep approvi una legge così severa e poi si permetta di varare un decreto che mette le Pep al riparo dal controllo della stampa e dell’opinione pubblica. E con la scusa della privacy che, nel caso delle Pep, tende a evaporare, visto che sia gli organi comunitari sia la nuova legge italiana le sottopone a controlli infinitamente più stringenti rispetto a quelli riservati ai cittadini comuni, in quanto – è sempre la legge che parla – “i flussi di denaro illecito possono minare l’integrità, la stabilità e la reputazione del settore finanziario e costituire una minaccia per il mercato interno dell’Unione nonché per lo sviluppo internazionale”. Chi pretende la stessa privacy della gente comune, cambi mestiere e torni a essere – ove mai lo sia stato – un cittadino qualunque. Se invece vuole collezionare cariche, con relative prebende, si rassegni a rinunciare alla privacy, specie se serve a coprire le magagne della sua attività pubblica.

Non sappiamo cosa diranno i procuratori a Orlando sul suo decreto-bavaglio: a giudicare dalle prime reazioni, è prevedibile una plateale, omerica pernacchia. Ma sappiamo cosa diremmo noi, se il ministro volesse ascoltare anche i direttori di giornale: il giornalista ha il dovere professionale di pubblicare tutto ciò che sa, segreto o meno che sia, e nella forma più completa e dettagliata che può. Se un cronista giudiziario ha la trascrizione testuale e integrale di un’intercettazione e la legge – quella di oggi, senza aspettare il decreto Orlando – gli impone di parafrasarne il contenuto, il suo dovere è di infrangere la legge e di pubblicare il testo integrale, non il suo personale e soggettivo riassuntino.

Dinanzi alle parole testuali che si scambiano due personaggi pubblici, senza interpolazioni o interpretazioni personali, il lettore potrà formarsi un’opinione il più possibile informata. Invece, dinanzi alla parafrasi del giornalista, nessuno potrà essere certo che questi abbia compreso e sintetizzato bene il pensiero dei due interlocutori. Non c’è mediazione che tenga: o il ministro ritira il suo decreto, oppure l’intera stampa italiana dovrebbe violarlo fin da subito con l’obiezione di coscienza per farsi indagare e, al processo, chiedere al Tribunale di eccepire sulla illegittimità della norma per evidenti contrasti con l’art. 21 della Costituzione e con l’art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo. E dunque di disapplicarla, com’è avvenuto con altre norme incostituzionali e nate morte, tipo la Berlusconi-Castelli sulle rogatorie. Gli ultimi casi di stupro, con i giornali traboccanti di verbali perlopiù segreti (come le agghiaccianti testimonianze delle vittime), dimostrano che l’Italia è il Paese di Sottosopra: massima privacy per i politici (tranne la Raggi, di cui si può pubblicare qualunque cosa, anche privatissima, dalle chat del solito Marra) e zero privacy per la gente comune. Anche perché il cosiddetto Garante della Privacy, così garrulo e arzillo quando c’è di mezzo un B. o un Renzi, proprio ora che dovrebbe difendere la dignità delle donne violentate, è caduto in letargo.

Sorgente: Privacy un par di palle – Il Fatto Quotidiano

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