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L’ora illegale – Il Fatto Quotidiano

3 novembre 2017

Oggi, per cominciare, ci prendiamo in giro da soli, perché ce lo siamo proprio meritato. L’altroieri decidiamo di intervistare sulle elezioni siciliane Calogero Mannino, già ministro e ras della Dc, uscito assolto da molte grane giudiziarie e buon conoscitore di un bel po’ di candidati che si sfidano domenica alle urne. Il nostro cronista, che l’ha già intervistato tre anni fa, trova il suo numero sull’agenda della redazione. Purtroppo – ma lo scopriremo solo alla fine – è il numero di un altro Mannino, Antonino detto Nino, anche lui ex deputato, ma non della Dc: del Pci. Chiama: “Onorevole Mannino?”. “Sì, mi dica”. “Si ricorda di me? L’ho già intervistata per il Fatto tre anni fa”. “Sì, mi pare, dica pure…”. Ne viene fuori una bella intervista, come ce la aspettavamo. Mannino (Calogero, ma anche Nino) è un politico molto più intelligente della media (non solo fra quelli della seconda Repubblica, impresa piuttosto agevole, ma anche della prima), capace di ragionamenti sorprendenti e giudizi taglienti, mai scontati, anche su ex amici ed ex alleati. Insomma un democristiano anomalo che non fatichiamo a riconoscere nelle risposte dell’intervistato. Ieri mattina scopriamo di avere sbagliato Mannino, perché i legali di Calogero smentiscono l’intervista e Nino smentisce di chiamarsi Calogero. Proviamo a intervistare – finalmente – Calogero, che però comprensibilmente preferisce soprassedere, non prima di avere scherzato sul nostro infortunio degno di Pirandello. Se cambiasse idea, siamo pronti ad ascoltarlo. Intanto ancora tante scuse a lui, a Nino e ai lettori.

Ora parliamo di cose serie: la “giustizia a orologeria” evocata con scarsa fantasia dai berluscones e dai loro reggicoda a mezzo stampa e tv sulla riapertura dell’inchiesta a Firenze su B. e Dell’Utri come mandanti occulti delle stragi del 1993. Una balla sesquipedale. Quando un’inchiesta viene archiviata, gl’indagati non sono assolti: finiscono nel freezer in attesa di essere scongelati in presenza di fatti nuovi. Se poi fatti nuovi non ne emergono, non succede più nulla, finché scatta la prescrizione. Ma qui il reato è strage, che non si prescrive mai. E il fatto nuovo arriva: il boss Giuseppe Graviano, organizzatore materiale delle stragi di via D’Amelio (1992), Firenze, Milano e Roma (’93), viene intercettato dal febbraio 2016 all’aprile 2017) mentre parla in carcere col camorrista Umberto Adinolfi. Nomina spesso B. e allude a una “cortesia” che gli chiese “Berlusca” nel ’92 (l’omicidio Borsellino). Poi affida ad Adinolfi un messaggio da portare, una volta fuori dal carcere, a un intermediario con B..

Quelle parole non stupiscono certo gl’investigatori, che ben conoscono le innumerevoli prove sui rapporti ultraventennali fra B. e Cosa Nostra, cristallizzate nella sentenza definitiva a carico di Dell’Utri; e anche gli elementi raccolti in 25 anni sul possibile ruolo di Silvio e Marcello nelle stragi. Dichiarazioni di pentiti, testimonianze, riscontri, documenti ritenuti finora insufficienti per arrivare a un processo, ma bastevoli per continuare a indagare in vista della possibile riapertura delle indagini archiviate (a Caltanissetta per le stragi del ’92, a Firenze per quelle del ’93). Ora i fogli d’ordini berlusconiani e gli house organ di complemento, tipo Foglio e Messaggero, raccontano questa favoletta: il pm Nino Di Matteo fa le intercettazioni e, siccome è un affiliato occulto ai 5Stelle, le spedisce a Firenze per far riaprire l’inchiesta su B. proprio alla vigilia delle elezioni siciliane. Dove però B. e Dell’Utri non sono candidati né potrebbero esserlo (sono pregiudicati e privi dei diritti civili). Ma dove si presentano, con buone chance, anche i 5Stelle, dunque non si vede perché sarebbe “a orologeria” l’inchiesta su B. e Dell’Utri e non anche quelle sui sindaci M5S di Bagheria, di Torino, di Roma e di Livorno. Inoltre Di Matteo non è affatto un pm a 5Stelle, a meno che partecipare a un convegno organizzato da un partito non significhi aderire a quel partito (nel qual caso i magistrati di partito sarebbero migliaia). Semplicemente, interpellato da vari giornalisti, Di Matteo s’è limitato a rispondere che non c’è nulla di male se un magistrato si candida o accetta incarichi istituzionali, purché poi non reindossi la toga.

Ma torniamo all’“orologio” dell’inchiesta fiorentina. Fino all’aprile scorso, la Procura di Palermo, di cui fa ancora parte Di Matteo (poco prima di passare alla Dna), intercetta Graviano. E, siccome questi allude a un possibile mandante occulto delle stragi di via D’Amelio e di quelle continentali del ’93, trasmette subito – com’è suo dovere – le trascrizioni della Dia alle due Procure competenti su quegli eccidi: Caltanissetta e Firenze. Siamo ad aprile, e nessuno parla ancora delle elezioni siciliane del 6 novembre. Il ruolo di Di Matteo finisce lì. Poi sono i pm fiorentini (e, immaginiamo, anche quelli nisseni, visti i riferimenti di Graviano a via D’Amelio) a chiedere al gip di riaprire l’indagine. Quando, esattamente, non si sa: i magistrati di Firenze hanno pessimi rapporti con la stampa e persino con le parti offese, tant’è che non si conosce il nome del gip che ha deciso, né la data né il contenuto del provvedimento, e neppure l’ultima ordinanza di archiviazione del 2011. Di certo la richiesta dei pm arriva tra giugno e luglio e il provvedimento del gip poco dopo. Che diavolo c’entrano le elezioni siciliane? Gli orologiai berlusconiani dovranno inventarsi un’altra balla: questa non regge. Però vanno capiti. Se un innocente viene accusato di una strage mafiosa, si precipita a dichiarare: “Sono totalmente innocente perché non ho mai conosciuto né frequentato mafiosi”. Ma una frase del genere B. non la dirà mai: casomai la pensasse, gli scapperebbe subito da ridere.

Sorgente: L’ora illegale – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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