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Due Sicilie, due Italie – Il Fatto Quotidiano

7 novembre 2017

Mentre scriviamo, gli unici dati a disposizione sono quelli degli exit poll, ad alto rischio di errore. Ma una tendenza comunque la segnano. Che la partita fosse una gara a due fra il centrodestra col camerata Nello Musumeci e i 5Stelle col geometra Giancarlo Cancelleri, e che i due rappresentanti di quel che resta del centrosinistra, il rettore Fabrizio Micari e il giornalista Claudio Fava, giocassero per la medaglia di bronzo, era scontato da tempo. Ma che i primi due facessero incetta di voti fino a sfiorare il 75%, lasciando agli altri due appena il 25, è una grossa sorpresa. Tantopiù che le ultime elezioni il centrosinistra le aveva vinte con Rosario Crocetta e una maggioranza arlecchinesca finchè si vuole, ma pur sempre maggioranza. E quasi tutte le leve del potere regionale, con le sottostanti clientele, erano in mano al Pd e agli alfaniani di Ap. Poi, certo, molti di quei serbatoi di preferenze si sono buttati a destra: ma solo perchè il duo Renzi-Alfano era dato sconfitto in partenza. Infatti da oggi i peggiori nemici di Renzi saranno i suoi cosiddetti compagni di partito, che tenteranno di fargli le scarpe per non farsi trascinare nel gorgo di una sconfitta ancor più rovinosa alle elezioni politiche.

Non che Renzi abbia scelto di perdere, anzi. È che, dalle comunali del 2016 al referendum del 4 dicembre, dalle comunali del 2017 alle regionali siciliane, non sa più come si faccia a vincere. Per mancanza di voti. In Sicilia come nel resto d’Italia. Che poi, ormai, sono due Sicilie e due Italie. L’alleanza Pd-Ap è tutt’altro che innaturale: un “centro” indefinito, scialbo, sciapo e insignificante (come Micari, il cerneade che lo incarnava), se non per la sete di potere. Ma non ha nulla da dire a nessuna delle due Sicilie né delle due Italie. Da una parte c’è il Paese della peggiore continuità, del voto di scambio, delle clientele, delle corruttele, dei trasformismi, dei familismi, dei soldi pubblici a pioggia, delle grandi opere inutili se non per i ladri e per le mafie: corre sempre sul carro del vincitore e, alle pallide imitazioni, preferisce sempre l’originale, infatti il Caimano lo conosce benissimo ed è sceso a Palermo a lanciare i suoi messaggi agli amici degli amici: “Attenti, dietro a Grillo ci sono Davigo e Di Matteo!”. Dall’altra c’è il Paese del voto di opinione, della voglia di cambiare e della legalità, che dinanzi ai nomi di Davigo e di Di Matteo si inchina riconoscente anziché terrorizzarsi: infatti ha salutato da un pezzo il PdR (Partito di Renzi) per affidarsi – con tutti i rischi e le incognite del caso – al M5S e a una Sinistra ancora in mezzo al guado.

Anche se non riuscirà a espugnare la Sicilia, questa Italia post-ideologica che vuole archiviare l’Ancien Regime per sostituirlo con qualcosa di indefinito ma certamente migliore, va comunque a sfiorare la metà dell’elettorato proprio nella terra più difficile: quella del Gattopardo. Merito dell’impegno matto e disperatissimo dei 5Stelle, con Grillo, Di Maio e di Battista in prima fila (mentre Renzi volava a New York e la Boschi a Tokyo), e di Claudio Fava, che hanno battuto l’isola palmo a palmo riportando la politica nelle piazze, puntando sul contatto diretto con la gente al posto del collage dei pezzi di establishment e dei messaggi mafiosi. E hanno gettato le basi per un possibile, futuro avvicinamento in nome dei valori che, etichette ideologiche a parte, accomunano i rispettivi elettorati, destinati inevitabilmente a incontrarsi.

In quest’“altra Sicilia”, che presto sarà l’”altra Italia” deve sperare chiunque voglia dare una mano per costruire un Paese migliore, libero da tutti i condizionamenti, servaggi e ricatti criminali. Ma deve anche sapere che la partita sarà difficilissima. Musumeci, che mai aveva vinto nulla quando era solo il “fascista perbene” e ha fatto il pieno di voti solo quando ha sporcato la sua storia con alleanze improbabili (Salvini e B.) e candidati impresentabili di ogni genere e risma, si è giovato di un meccanismo elettorale che premia le finte coalizioni di liste civetta e tira-voti. Proprio come avverrà alle elezioni politiche col Rosatellum, studiato apposta per premiare chi ammucchia sigle e siglette purchessia accanto al candidato nei collegi e poi, per trascinamento, anche nel proporzionale. Chi va da solo, in nome della chiarezza e della coerenza, come i 5Stelle e la Sinistra, combatte con le mani legate dietro la schiena. A meno che non compia un triplo miracolo: schierare una classe dirigente al contempo nuova e autorevole; presentare programmi credibili; e riportare alle urne tanti dei troppi che non votano più. Chi ancora aveva dubbi sul movente del Rosatellum ora è servito: in Sicilia come in Italia, Renzi&Alfano non hanno i voti. E, anziché spendersi per recuperarli, preferiscono rubare seggi ai 5Stelle e alla Sinistra per regalarli alla destra. Sperando che poi il Caimano si ricordi degli amici.

Sorgente: Due Sicilie, due Italie – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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