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Grasso bonsai – Il Fatto Quotidiano

15 novembre 2017

I casi sono due: o siamo matti noi italiani, o sono matti loro. Loro nel senso dei leader e leaderucoli della cosiddetta sinistra che, stando a quel che dicono, tentano di riunirsi in una sola lista con un solo leader per mobilitare gli astensionisti insoddisfatti dall’attuale offerta politica e pure i delusi dal renzismo. Se c’è un comun denominatore di tutte le elezioni dal 2013 a oggi è questo: gli italiani che vogliono cambiare davvero sono la maggioranza e si dividono fra quelli che non votano, quelli che votano 5Stelle, quelli che guardano nonostante tutto alla sinistra del Pd e – sull’altro fronte – quelli che scelgono la Meloni o in parte la Lega. Nel 2013, alle ultime Politiche, si buttarono soprattutto sul M5S e in piccola parte su Rivoluzione civile di Ingroia, De Magistris e Di Pietro (che però mancò il quorum e restò fuori dal Parlamento, anche perché il Pd non l’aveva voluta in coalizione). Nel 2014, alle Europee, si divisero fra i 5Stelle, la Lista Tsipras, l’astensione e Renzi che pareva una novità. Ma già a novembre avevano scoperto il bluff, infatti restarono a casa alle Regionali in Emilia Romagna (37,7% di votanti) e in Calabria (43,8). Alle Comunali del 2016 plebiscitarono le stellate Raggi e Appendino e, più di misura, il manager Sala. Al referendum del 4 dicembre corsero alle urne (65% di votanti) per dire sì alla Costituzione e no a Renzi. Alle Comunali e alle Regionali siciliane del 2017, nuova astensione-record e vittorie di destra (salvo le esperienze civiche di Giordani a Padova, De Magistris a Napoli e Orlando a Palermo), per l’affanno del M5S e l’odore di muffa del Pd. Poi di nuovo buona affluenza ai referendum consultivi di ottobre sull’autonomia in Veneto (57,2% di votanti) e in Lombardia (38).

Ce n’è abbastanza per capire che la gente affamata di cambiamento afferra al volo tutte le occasioni utili, anche le più improbabili, per farlo sapere ai piani alti. Lì però la risposta è sempre la stessa: qualche finta lacrimuccia per la “crescente disaffezione verso la politica”, e poi tutti a spartirsi un piatto sempre più povero, ben felici della scomparsa dei voti di opinione che non controllano e della sopravvivenza dei voti comprati o scambiati che controllano. L’ha spiegato Gustavo Zagrebelsky in una recente intervista a La Stampa: “A differenza di qualche anno fa, oggi vedo più impolitica che antipolitica. L’impolitico è pronto a sopportare qualunque cosa. L’antipolitico invece è disposto a mobilitarsi… L’astensionismo non è solo quantità, ma anche qualità. Favorisce la corruzione di quel che resta della politica, poiché inaridisce il voto d’opinione, mentre gli scambisti di voti e favori non si astengono di certo”.

Di qui il dubbio: “Il silenzio della classe politica è forse un segno di accondiscendenza? L’astensionismo cresce in generale, ma non quando ai cittadini viene data la possibilità di votare contro i partiti. Allora si scuotono. Nel referendum costituzionale come in quello per l’autonomia in Veneto. Si è votato su un quesito come ‘volete più autonomia?’. È come chiedere: ‘Volete più soldi? Più salute?’. Le analisi dei flussi segnalano un forte contributo dell’elettorato del M5S. Non è stato un voto per separar-si, ma per separar-li. Loro sono i partiti”. Se questa è l’Italia, chi vuole costruire qualcosa di nuovo e avere successo deve partire di lì. Alle prossime elezioni le uniche formazioni “nuove” potrebbero essere i 5Stelle e la Sinistra. I 5Stelle sono gli unici a non aver mai governato, anche se pagano le performance non proprio brillanti in alcuni comuni ereditati in macerie. La Sinistra è figlia di genitori ed esperienze che al governo ci sono stati eccome: decorosamente nel Prodi-1, indecorosamente nel Prodi-2 e nel quinquennio deprimente di Monti-Letta-Renzi-Gentiloni. Dunque dovrebbe compiere enormi sforzi per rinnovarsi e intercettare la voglia di cambiamento che sale dal Paese. Non solo per spirito civico, ma anche per bieco interesse: se vuole avvicinarsi al 10%, deve scongelare almeno un pezzo del grande iceberg del non-voto, scegliendo metodi nuovi e innovativi per selezionare dirigenti, programmi e candidati. Altrimenti sarà solo un accrocco di sigle e siglette, leader e leaderini già visti e rivisti. E il 6% di Fava in Sicilia, ora visto come una sconfitta, apparirà un trionfo.

Leggete a pag. 2 l’accorata intervista di Tomaso Montanari, animatore disinteressato (non si candida) del movimento nato al teatro Brancaccio, e dite se il metodo scelto da Mdp, Sinistra Italiana e Possibile non è l’ennesimo suicidio. Il manuale Cencelli delle “quote” per la spartizione feudale delle candidature (cioè dei prossimi parlamentari, che il Rosatellum vuole quasi tutti nominati dalle segreterie dei partiti). Un percorso che, anziché dal basso, parte dall’alto e lì si ferma. Come se bastasse aver trovato un leader spendibile, Piero Grasso, per chiudere la partita prim’ancora di giocarla. Come se la proposta avanzata da Montanari, Falcone, Arci & C. per una lista al 50% totalmente nuova, composta da candidati mai visti al governo o in Parlamento, fosse una bizzarria da teste calde movimentiste e non invece la precondizione per reinvogliare tanta gente a votare. Possibile che un uomo accorto come Grasso non comprenda che non può ridursi a foglia di fico, imbalsamatore, riciclatore, addetto al trucco e parrucco di un’Operazione Nostalgia e di una Sinistra Bonsai? Possibile che nessuno osi chiedere ai vecchi e nuovi dinosauri d’apparato uno sforzo di generosità per tenere a bada il proprio ego e mandare avanti i tanti giovani attivisti e amministratori locali capaci e perbene, aiutandoli a crescere? Di questo passo avremo una Sinistra con un discreto leader, un programma decente, una classe dirigente fin troppo collaudata e un impercettibile difettuccio: non ha voti.

Sorgente: Grasso bonsai – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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