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Modello Mugabe – Il Fatto Quotidiano

22 novembre 2017

 

Tra il modello Germania e il modello Zimbabwe, i partiti italiani non hanno dubbi: Zimbabwe. Qui il presidente Robert Mugabe, che ha solo 93 anni (uno in più di Napolitano) e governa da appena 37, doveva dimettersi in diretta tv, magari per passare lo scettro alla moglie; invece ha sorpreso tutti, dicendo che capisce “le lamentele” del popolo, ma promette che farà meglio, con “una nuova cultura del lavoro e un nuovo impegno per la crescita economica”, quindi resta in nome della “stabilità”. In Germania al contrario, due mesi dopo le quarte elezioni vinte da Angela Merkel, le trattative per un governo di larghe intese fra Cdu-Csu, Liberali e Verdi sono fallite perché i tre partiti non hanno trovato l’accordo sulle leggi da approvare (in particolare sui migranti) e dunque – ha dichiarato il giovane leader liberale Christian Lindner – “è meglio non governare che governare male”. Così, salvo sorprese o miracoli dell’ultim’ora, il Paese più prospero e potente d’Europa tornerà alle urne in primavera. Ora i soliti commentatori superficiali parlano di “stallo all’italiana”, in previsione dell’ingovernabilità che uscirà dalle nostre urne, che però non c’entra nulla col caso tedesco, anzi ne è l’esatto opposto. Se in Italia non si riuscirà a formare un governo non sarà perché i partiti disponibili ad allearsi non troveranno un accordo sul programma, ma perché non avranno la maggioranza in Parlamento.

Se, puta caso, il centrodestra unito o FI&Pd avessero il 50% più uno dei seggi, il governo nascerebbe subito, in quattro e quattr’otto, senza che nessuno si preoccupi dell’eventuale accordo sulle cose da fare. Accordo paradossalmente più improbabile fra B. e i suoi alleati Salvini e Meloni (la pensano diversamente su quasi tutto) che fra B. e Renzi (vanno d’amore e d’accordo su quasi tutto). Nel 2011, dopo la caduta del terzo governo B., FI e i centristi che stavano in maggioranza e il Pd e Fli che stavano all’opposizione si accordarono in tre minuti per sostenere Monti e il suo programma distante mille miglia dai loro. E nel 2013, dopo le elezioni che inaugurarono il tripolarismo destra-sinistra-5Stelle, il fallimento di Bersani e il bis di Napolitano, il Pd si accordò in men che non si dica con FI e Centro per un governo di larghe intese che non aveva alcun programma comune (i partiti erano divisi su tutto), infatti non combinò nulla, salvo pagare la cambiale a B. con la demenziale riabolizione dell’Imu sulle prime case, anche per i ricchi, poi cadde per mano di Renzi. Che poi, per governare con Alfano e Verdini, dovette rinnegare il suo programma filogrillino delle primarie.

E pure quello del Pd bersaniano, per sposare quello di B. Infatti fece quasi solo porcate, dal Jobs Act alla “buona scuola”, dall’Italicum alla controriforma costituzionale, dalla responsabilità civile dei giudici all’impunità per gli evasori. Le cose buone – biotestamento, Ius soli, reato di tortura, riforma della prescrizione e tagli ai vitalizi – furono rinviate perché “divisive”: cioè non piacevano ad Alfano&C. (e nemmeno a mezzo Pd). Il motto, in Italia, è sempre “meglio governare male che non governare”. O, per dirla con Andreotti, “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Galleggiare e vegetare in attesa di inventarsi qualcosa o che qualcuno levi le castagne dal fuoco, e intanto nascondere la polvere sotto il tappeto, accantonare i problemi, aggirare gli ostacoli, affidarsi allo stellone e sperare che i “populisti” e gli “antisistema” spariscano da soli. Come Mugabe. Invece, in Germania, si preferisce tornare al voto piuttosto che abborracciare un accordo purchessia. L’idea di riesumare dalla pensione un Fassino o un Prodi o un Pisapia o un Veltroni in salsa tedesca per convincere liberali e verdi a siglare un accordo sull’acqua o sulla sabbia non ha proprio sfiorato la Merkel: se “populisti” e “antisistema” avanzano (e a Berlino non sono i 5Stelle, e nemmeno Salvini & Meloni, ma i neonazisti) è proprio per il malcontento popolare verso la vecchia politica: malcontento che crescerebbe vieppiù con un governo rissoso, eterogeneo e inconcludente arroccato nel Palazzo col solo scopo di sopravvivere e salvare qualche poltrona. L’unico antidoto sono politiche credibili, coerenti ed efficienti.

È proprio quello che i partiti italiani non capiscono, continuando a raccontare (e a raccontarsi) balle pur di non prendere atto della realtà. Non riescono neppure a spiegarsi perché i 5Stelle conquistano Ostia e restano di gran lunga il primo partito nella provincia di Roma nonostante gli errori, i ritardi, i guai giudiziari e la pessima stampa della giunta Raggi (l’“effetto Virginia”, se c’è, va nella direzione opposta a quella auspicata dagli avversari). E inventano scuse puerili per non ammettere l’ennesima sconfitta (l’astensione, che colpisce tutti; o i voti del clan Spada, che nessuno può dire dove siano andati, difficilmente hanno premiato il M5S dopo la marcia antimafia con la Raggi e, anche se fosse, non fanno la differenza visto il distacco di 20 punti fra Di Pillo e Picca). In vista delle Politiche, Renzi invoca il “voto utile”, nell’illusione che alla fine anche gli elettori di centrosinistra a lui più ostili preferiranno il Pd alla Sinistra contro “i populisti di destra e grillini”. Ma, in Sicilia e a Ostia, il voto utile funziona al contrario: molti si turano il naso e votano M5S contro B.&C. Soprattutto se l’offerta di Renzi è un Pd che, partito per rottamare l’Ancien Régime, si ritrova a guardarsi l’ombelico e, anziché parlare di contenuti, s’impantana in formule politichesi, riesumando “mediatori” e “garanti” politicamente coetanei di Mugabe: i Fassino, i Prodi, i Pisapia. Con la differenza che almeno Mugabe ammette di avere sbagliato e promette di non farlo più.

Sorgente: Modello Mugabe – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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