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Totò e Fassino divisi a Berlino – Il Fatto Quotidiano

23 novembre 2017

 

La notizia non è ancora ufficiale, ma le nostre fonti – che comprensibilmente chiedono l’anonimato – ce la danno per certa: la crisi di governo in Germania è risolta. L’impresa, che solo due giorni fa pareva proibitiva dopo la rottura fra la Merkel e i possibili alleati Liberali e Verdi nella coalizione “Giamaica”, è stata propiziata dall’arrivo di un mediatore d’eccezione, chiamato d’urgenza dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier per scongiurare le elezioni anticipate. Il suo nome – lo diciamo gonfi di orgoglio patrio – è Piero Fassino. Steinmeier aveva sondato Henry Kissinger e Ban Ki-moon, che hanno declinato ritenendo disperata l’impresa. A quel punto, ammirato dalle prodigiose virtù diplomatiche mostrate dall’ex segretario Ds nella jungla della sinistra italiana, Steinmeier ha chiamato Fassino. Dopo vari tentativi a vuoto (lo smartphone del nostro negoziatore era sempre occupato, nel tentativo di raggiungere Bersani, a sua volta impegnato a capire dalla viva voce di Pisapia dove cazzo voglia andare), finalmente è riuscito a parlarci. Già nervosetto di suo, Fassino era reduce da una notte insonne in Questura a difendersi da una denuncia per stalking di Speranza, che se lo ritrova ovunque: sul pianerottolo, nell’androne, nel bagagliaio, nella pochette, nella vasca da bagno come Brizzi, però vestito.

Sulle prime il brillante mediatore subalpino ha pensato a uno dei tanti scherzi telefonici che gli fanno da quando non conta più una mazza. “Sono il presidente della Repubblica Federale di Germania”. “Sì, buona questa, e io sono il sindaco di Torino!”. Poi, chiarito l’equivoco, Fassino è volato a Berlino e ha subito visto la Merkel, che gli ha illustrato il pomo della discordia con i Liberali: il dissidio insanabile sulle politiche migratorie. Fassino l’ha rassicurata: “Dia retta, signora, avere una politica migratoria per governare non serve. Noi, per dire, stiamo con un certo Alfano che non ha mai avuto idea di cosa sia una politica migratoria, anzi non ha mai avuto idea punto; eppure è stato ministro dell’Interno quattro anni. Una specie di ficus messo lì al Viminale: non disturba, non sporca, dove lo metti sta. Magari lei l’ha pure visto, perché ora è parcheggiato agli Esteri: ogni tanto lo mandiamo in giro per l’Europa a prendere aria”. La Merkel non capiva e Fassino non capiva il suo non capire: “Gliene dico un’altra: ora, al posto della pianta grassa, abbiamo un ministro dell’Interno vero, Minniti, che una politica migratoria ce l’ha. Ma non piace per nulla a Bonino e Pisapia. E noi sa che facciamo? Candidiamo Minniti e ci alleiamo con Bonino e Pisapia. Furbi, neh?”.

La Merkel obiettava: “E poi al governo fate come dice Minniti o come vogliono questi Bonino e Pisapia?”. “Ah, non lo chieda a me: intanto ci pappiamo i voti, poi qualcosa ci inventiamo. La politica è improvvisazione, sennò sa che palle, signora mia”. Avendo da fare, Angelona spingeva fuori dalla porta con un colpo d’anca il brillante mediatore. Che si fiondava dal liberale Christian Lindner: “Sono Fassino, mi manda il presidente” ed esibiva il passaporto. L’altro faticava a riconoscerlo in foto perché, in nome della pace nel “Giamaica”, indossava delle graziose treccine rasta e fumava un cannone.
Chiarito che lo strano soggetto era proprio Fassino, Lindner lo invitava a mangiare di più e fumare meno. Risposta: “Ho appena convinto Angela a soprassedere sui migranti: so che la pensate all’opposto, ma mica vorrete rinunciare alle poltrone per così poco”. Lindner: “Così poco lo dice lei: se non c’è intesa sui migranti, che governo vuole che facciamo? Siamo persone serie, noi”. “Ma il ritorno al voto è un regalo ai populisti”. “Lo è molto di più un governo che litiga su tutto e non fa nulla”. “Mah, noi è dal 2011 che mettiamo insieme le pere con le banane e i cavolfiori pur di tener lontani i populisti”. “Infatti voi crollate e quelli crescono”. “E noi ci ammucchiamo tutti insieme con programmi opposti e facciamo leggi per moltiplicare i nostri voti e dimezzare i populisti, così li fottiamo”.

“Non ce l’avete una Costituzione?”. “Sì, ma trattabile: poi la Consulta può pure dichiarare la legge incostituzionale, tanto ormai le poltrone le abbiamo prese e tiriamo a campare cinque anni, poi il giorno prima delle nuove elezioni ne facciamo un’altra illegittima. Funziona”. “E il vostro presidente ve lo lascia fare?”. “Si figuri, quello manco parla”. “Qui non funzionerà mai, mica siamo in Italia. Ma lo sa che qui trattiamo sui dettagli di ogni legge, prima di fare la Grosse Koalition?”. “Non mi parli di Grasso a colazione, quello non mi risponde manco a pranzo e a cena!”. “Tempo scaduto, se ne vada”. “Ragioni: se io e Renzi che vogliamo più libertà di licenziare offriamo l’alleanza alla sinistra che rivuole l’articolo 18, lei e la Merkel potete governare sereni”. “Lei è matto, fuori di qui”. “Non prima di averle detto che Pisapia è per il dialogo”. “E che è Pisapia? Una cosa che si mangia?”. “Se le dicessi che mi ha incoraggiato personalmente Prodi?”. “Quando lui diventava presidente dell’Iri, io avevo 3 anni. Ma lo sa che siamo nel 2017?”. “Lei mi costringe a estrarre l’asso dalla manica: il vostro accordo ha la benedizione di Veltroni”. “Ma lei non ce l’ha una casa, una famiglia?”. “E il viatico di Arturo Parisi, dove lo mette?”. “Si levi dai coglioni”. “Scalfari scriverà bene di voi su Repubblica”. “Raus!”. “Aspetti: la faccio parlare con Santagata”. A quelle parole, il gelido Lindner si scioglie come neve al sole: “Giulio Santagata? Ma poteva dirlo subito! Se abbiamo Santagata, l’accordo è un gioco da ragazzi. Pronto Angela? Son qui con Fassino: dice che Santagata è per l’accordo. Come? Questo cambia tutto? Ma è quel che dico anch’io! Perfetto, allora siamo intesi: è fatta”.

Sorgente: Totò e Fassino divisi a Berlino – Il Fatto Quotidiano

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From → Marco Travaglio

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