Sicuro è morto – Il Fatto Quotidiano

 

Salve, sono un elettore del Piemonte e sento dire che ci mancherà tanto Fassino, dirottato in Emilia. Tranquilli, non vedevamo l’ora di liberarcene, e massima solidarietà ai compagni di Ferrara. Ma non fai in tempo a festeggiare, che a Torino ti ritrovi il più alto tasso di boschismo dopo Bolzano: il Pd piazza Marino, quello che non voleva parlare di Etruria in commissione Banche, e pure la Fregolent, che scrisse la mozione anti-Visco sotto dettatura della Boschi. Aridatece Fassino, anzi no: esageroma nèn.

Salve, sono un elettore della Lombardia e ho sempre combattuto la Lega. Volevo votare M5S. Ma a Varese mi piazzano Paragone, ex direttore della Padania, contro Bossi che l’aveva nominato direttore della Padania. Allora mi butto su FI, ma lì c’è la Votino, la portavoce di Maroni. Vado sul Pd, che però mi candida il manager Mor (ex Grande Fratello, ex corteggiatore di Uomini e Donne) e tre ex berlusconiani: Capelli, Bernardo e Alli, già braccio destro di Formigoni e imputato per abuso d’ufficio. Qualcuno può avere pietà di me?

Salve, sono un elettore della Liguria. Nel Pd abbiamo la solita Paita multiuso e Vazio, il sottosegretario che voleva gli ispettori contro Woodcock perché indagava su Consip. In FI ha fatto tutto Toti, il governatore Mediaset, non so se mi spiego. Aiuto!

Salve, sono un elettore del Trentino Alto Adige e mi ero quasi rassegnato a turarmi il naso per la Boschi: almeno – dicevo – corre nell’uninominale, col rischio di perdere il posto. Ora però scopro che è pure capolista nel proporzionale a Cremona-Mantova, Guidonia-Velletri, Marsala-Bagheria, Messina-Enna e Ragusa-Siracusa. Cinque paracadute cinque! E se poi, a fare su e giù dall’Alto Adige alla Sicilia, dalla Lombardia al Lazio, le piglia un infarto? Poi leggo la Pinotti che dice: “La Boschi va a Bolzano non perché sia un collegio sicuro, ma perché è dove ha molto lavorato occupandosi di riforma costituzionale”. E allora andatevene tutte aff… non fatemi parlare, vi prego.

Salve, sono un elettore del Friuli Venezia Giulia e ho sempre votato a sinistra. Già non vi dico la fatica, con Rosato-Rosatellum e la Serracchiani. Ora però mi ritrovo nel Pd pure Tommaso Cerno, che nel ’95 era candidato in An, poi amico dell’Udeur, poi della sinistra, poi filogrillino, ora renziano. E dice che in An ci andò “per Pasolini”. Ecco, passi tutto il resto, ma scomodare la buonanima di Pier Paolo è troppo. Mandi!

Salve, sono un elettore dell’Emilia Romagna, da sempre fedele alla ditta e persino al Pd.

Ma stavolta a Bologna mi ritrovo Casini, il nemico di sempre quando stava nella Dc e poi con B. E, a Ferrara, nientemeno che Fassino reduce dai trionfi a Torino. Lui dice che “in Piemonte voglio favorire il ricambio generazionale” (da noi no) e che qui si sente a casa perché “in Emilia sono stato tante volte e mi chiamano ancora segretario”. Cioè, oltre a farsi paracadutare, ci prende pure per il culo?

Salve, sono un elettore della Toscana ed ero molto contento di non trovarmi fra i piedi la Boschi (Renzi e Lotti bastano e avanzano). Ora però scopro che a Sesto Fiorentino arriva Giachetti che è romano. E, invece di chiedere scusa, dice pure che “in Toscana sono stato spessissimo”. Cos’è, uno scherzo? Pure io sono stato a Malindi, ma mica mi candido in Kenya. A Siena c’è pure Padoan, con tutto quel che ha combinato sulle banche. Magari voto 5Stelle? Uhm: a Firenze schierano contro Renzi l’ex Pd Nicola Cecchi, che nel 2016 fece campagna per il Sì al referendum perché “un brutto Sì è molto più motivante di un bellissimo No”. Quindi un bellissimo no grazie.

Salve, sono un elettore del Lazio. La destra mi candida Lotito, presidente della Lazio e della Salernitana, e la moglie di Mastella. Il Pd risponde con Lorenzin e Bonino, che ha appena ricordato quando governò con B. e si trovò bene. Ma che, davero?

Salve, sono un elettore dell’Abruzzo e speravo di liberarmi di quell’impiastro del governatore D’Alfonso, ma ora il Pd lo vuole in Parlamento. Ditemi che non è vero.

Salve, sono un elettore del Molise. Avrei votato volentieri Di Pietro, ma il Pd prima gli ha chiesto di correre, poi di non farlo perché è “giustizialista” e voterebbe contro un governo con B. Allora faccio prima e voto B.: lui almeno candida una bella figliola, Annaelsa Tartaglione, anche se nessuno sa perché.

Salve, sono un elettore della Campania ed ero tentato di votare per Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo ucciso dalla camorra. Mi era piaciuto il suo ultimatum a Renzi: “Niente nomi chiacchierati in lista altrimenti sarò costretto a lasciare, ho chiesto che con me ci siano i migliori”. Poi ho scoperto che i migliori in lista sono: Piero De Luca, figlio del governatore Vincenzo, imputato per bancarotta fraudolenta; Umberto Del Basso De Caro, indagato per tentata concussione e voto di scambio; Eva Avossa, imputata per abuso d’ufficio con De Luca padre; Nicola Marrazzo, imputato per peculato; Angelo D’Agostino, imputato per presunte mazzette; Franco Alfieri, candidato all’uninominale nel collegio del Cilento, definito da De Luca “uomo delle clientele come Cristo comanda” per le fritture di pesce in cambio di voti e imputato per omissione di atti d’ufficio; e il nipote di De Mita. Allora mi son buttato a destra, ma lì è peggio che andar di notte: Cesaro padre e figlio, Luigi ’a Purpetta e Armando ’a Purpettina, indagati per voto di scambio; Mimmo De Siano, imputato per corruzione; Nello Di Nardo, ex Dc, ex Idv, ora FI, cioè dal partito degli imputati al partito dei giudici e ritorno; e Lorenzo Cesa, quello che finì in galera per tangenti nel ’93 e disse “intendo svuotare il sacco”. Scusate, ma che differenza c’è fra Pd e centrodestra?

Salve, sono un elettore di centrodestra della Puglia e, a parte i residui di Forza Gnocca e l’avvocato Sisto che difende B. a Bari, mi tocca Fitto, quello che candidò alle Comunali la D’Addario, poi litigò con B. e dovettero dividerli prima che si menassero e ora vanno d’amore e d’accordo. Ma che ho fatto di male?

Salve, sono un elettore della Basilicata, Pd da sempre, e mettetevi nei miei panni. Già abbiamo la saga dei Pittellas: Gianni va in Senato e lascia il seggio all’Europarlamento al fratello Marcello, ora governatore in Regione dove sta arrivando Domenico, il figlio di Gianni. In più mi toccano Francesca Barra e l’ex sottosegretario berlusconiano Viceconte, e ho detto tutto. Che dite, voto LeU? Ah no, c’è Bubbico, come non detto.

Salve, sono un elettore della Calabria e, a parte il solito esercito di impresentabili, sono affascinato dalla figura di Giacomo Mancini jr., nipote d’arte, che ha già cambiato sei partiti, da sinistra a destra e ritorno: ora, se vince le elezioni, diventa deputato Pd; se perde, entra in Consiglio regionale con Fratelli d’Italia. E, delle due, non so quale sia peggio. Aiutatemi.

Salve, sono un elettore della Sicilia. LeU mi candida il vecchio Capodicasa, appena indagato per le Girgenti Acque. Il Pd mi mette addirittura il rettore di Messina Pietro Navarra, nipote del famigerato dottor Michele, patriarca dei Corleonesi. La destra è inutile che ve la descriva: fa tutto Miccichè, basta la parola. Che faccio, mi ammazzo?

Salve, sono un elettore della Sardegna. FI ricicla l’ex governatore Cappellacci, a giudizio per abuso d’ufficio (scandalo P3) e bancarotta fraudolenta. Il Pd risponde con Manca e Lai, imputati per peculato. Forse mi sparo.

Salve, sono un “elettore d’opinione” che se ne frega del voto di cambio e pure del voto utile: sempre camminato con le mie gambe e ragionato con la mia testa, mai chiesto niente di utile o inutile a nessuno. Volevo astenermi, ma poi ho capito che è quello che vogliono i partiti, ben contenti di tenersi i voti che controllano e di liberarsi di quelli che non controllano. Dunque andrò a votare. Per chi? Deciderò all’ultimo, in base al programma e ai candidati che più mi convinceranno. A proposito: sento dire che il mio collegio è “sicuro”. Mi sa che lorsignori si illudono. Sicuro è morto.

Sorgente: Sicuro è morto – Il Fatto Quotidiano

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Ma mi faccia il piacere – Il Fatto Quotidiano

 

Bongiorno sintassi. “Credo che si sia un certo razzismo nei confronti di Salvini. Lui ha nitidezza di idee, ma da sinistra lo considerano un rozzo, come se solo loro possono avere idee limpide” (Giulia Bongiorno, avvocato, ex Pdl, ex Fli, ora Lega Nord, Sky, 27.1). Di Maio, è lei?

Sempre lucido. “Se ho provato le canne? No, mai. Ubriacato? A volte capita, tra amici. Ma sono sempre rimasto lucido” (Luigi Di Maio, candidato premier M5S, Un giorno da Pecora, Radio1, 16.1). Peccato, erano due ottimi alibi.

Arnesi. “Berlusconi lima il programma: ‘Ecco come ridurre il debito’” (il Giornale, 28.1). Il debito ovviamente è quello di Mediaset, la lima invece serve a Dell’Utri.

Non ho l’età. “Dal cilindro di Silvio 100 nuove proposte. Scintille con Salvini sull’età della pensione” (La Stampa, 28.1). La sua.

Oggi le comiche. “Berlusconi rassicura l’Europa: ‘Il premier lo sceglierò io’” (la Repubblica, 23.1). Ora in Europa sono tutti più sollevati.

Radicati liberi/1. “La mia candidatura in Emilia Romagna (a Ferrara, ndr), è dettata da un’esigenza strettamente politica: quella di rafforzare il profilo del Pd nelle zone tradizionalmente di sinistra… Sono molto contento di questa candidatura che mi riporta in territori che ho frequentato per anni da dirigente nazionale. D’altra parte il mio impegno a Torino è durato vent’anni” (Piero Fassino, Corriere della sera-Torino, 28.1). A Torino ha già dimostrato di saper perdere benissimo. Ma la sfida di riuscire a perdere anche nella regione più rossa d’Italia, diciamolo, è più arrapante.

Radicati liberi/2. “Allora, caro Matteo, e ti chiedo scusa se non ti ho avvisato prima… ti chiedo di lasciarmi libero di giocarmela senza paracadute, senza reti di protezione, senza garanzie. Io e la mia città, io ed il territorio dove vivo da 50 anni, io ed il mio amore per la mia città e per la politica. Lo so… il collegio 10 è di quelli persi. Ma io ci credo. Io amo la politica. È la mia vita. E so che questo amore e questa passione possono fare la differenza. So che faranno la differenza. Se vogliamo cambiare le cose dobbiamo metterci in gioco, osare, crederci. Io ci credo e so che ce la possiamo fare. Ce la faremo. Forza e coraggio!” (Roberto Giachetti, deputato romano Pd, già candidato a sindaco di Roma, Twitter, 25.1).

“In nottata mi è stato comunicato che sarei stato candidato in un collegio della Toscana dove peraltro sono stato spessissimo in questi anni a fare iniziative” (Giachetti, Twitter, 27.1). Io una volta sono stato a Bogotà, quasi quasi mi candido lì.

Una bella lotta. “Macchè Fontana, lo xenofobo è Salvini” (Flavio Tosi, ex Lega Nord, ex alleato del Pd, ora in Noi con l’Italia nel centrodestra, la Repubblica, 23.1). E Tosi, condannato in Cassazione per istigazione all’odio razziale, parla da intenditore.

Le masse premono. “Se sono fidanzata? Io sono felice di natura, poi se c’è un fidanzato ben venga. Ho tanti ammiratori, non so a chi dare i resti, non ho tempo nemmeno di pensarci. Rimando tutto a dopo le elezioni…” (Laura Boldrini, presidente della Camera, LeU, Un giorno da Pecora, Radio1, 24.1). E niente, pazienza, toccherà aspettare ancora un po’.

Fake news. “Svolta a 5 Stelle per il governo: “Patto con il Pd senza Renzi. I grillini pronti a trattare, come non fecero nel 2013 con Bersani” (La Stampa, 19.12.2017). “Lega-M5S, la tentazione di Di Maio” (La Stampa, 24.1.2018). Prossimamente su La Stampa: “Patto Di Maio-Berlusconi”.

Senti chi parla. “Ignazio Marino vince le primarie per il sindaco di Roma con il 51% dei voti. Segue David Sassoli con il 28%. Al terzo posto Paolo Gentiloni con il 14%” (Pd, 7.4.2013). “Fuori dall’Italia nessuno ha mai mostrato preoccupazione per la possibilità che il M5S possa arrivare al governo. Se anche avesse risultati significativi, non avrebbe i numeri per governare” (Paolo Gentiloni, Pd, presidente del Consiglio, il Foglio, 22.1). Ha parlato il trascinatore di folle.

Il titolo della settimana/1. “Gli immigrati delinquono 10 volte più degli italiani” (Renato Farina, Libero, 22.1). Quindi, calcolando che Farina ha subìto due condanne (una definitiva per favoreggiamento in sequestro di persona e una in primo grado per falso in atto pubblico), gli immigrati commettono 20 reati a testa.

Il titolo della settimana/2. “Il Fondo Monetario alza le stime sull’Italia: ‘Ma il voto non freni le riforme’” (Corriere della sera, 23.1). “Fmi: ‘L’Italia cresce più del previsto. Ma con le elezioni riforme a rischio’” (La Stampa, 23.1). Tranquilli: se dà noia, non votiamo neppure. Basta chiedere.

Sorgente: Ma mi faccia il piacere – Il Fatto Quotidiano

M’è scappato un pro – Il Fatto Quotidiano

 

Uscendo nottetempo dalla direzione Pd per le candidature, Matteo Renzi l’ha definita “una delle esperienze personali più devastanti”. Ovviamente non per lui, che sarà eletto di sicuro (c’è sempre una prima e un’ultima volta), ma per gli altri trombati da lui. E, soprattutto, per gli eventuali elettori del Pd, chiamati a una prova d’amore che neanche Melania Trump. Il più devastato è Andrea Orlando, l’ultimo italiano che si fida ancora della parola di Renzi: aveva chiesto 40 posti, ne ha avuti 15, quindi è soddisfatto. Infatti dice, massaggiandosi l’occhio nero e incerottandosi il naso rotto, che “non è il momento di fare polemica. Ognuno deve fare le scelte che ritiene più giuste”. Un po’ come i calciatori brocchi che non giocano mai, ma assicurano “ho fiducia nel mister e la squadra è scesa in campo per fare la sua partita”. Un po’ devastato anche il ministro Calenda, vedovo inconsolabile di “gente seria come De Vincenti, Rughetti, Tinagli, Realacci e Manconi” e ansioso di garantire a cotanti statisti una poltrona o almeno un sofà. Realacci condivide: “Se il Pd non mi ricandida, commette un errore” è il suo parere super partes. Decisamente meno devastato è Renzi che elogia Renzi per vari meriti di Renzi: “Ho fatto il capolavoro di candidare i ministri” (che non ci tenevano a un seggio sicuro, lui però li ha convinti per il nostro bene: del resto chi potrebbe fare a meno di un Lotti, una Madia, una Fedeli?); “ho mantenuto la promessa di usare il lanciafiamme” (metafora che entusiasmerà non solo la Annibali, ma tutte le vittime del fuoco); “ho ribaltato varie Regioni, a partire dalla Campania e ovunque. Aria fresca, rinnovamento”.

Ribalta qua, ribalta là, in Campania ecco il figlio di De Luca (rinnovamento dinastico) e il grande Franco Alfieri, quello che prende voti grazie alla “fritture di pesce”. E la Sicilia? Ribaltata pure quella: pussa via Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi scampato alla strage mafiosa, e largo a Pietro Navarra, rettore a Messina e nipote del dottor Michele Navarra da Corleone, l’uomo che ordinò l’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto e insegnò i primi rudimenti a Liggio, padre-padrino di Riina e Provenzano. Un bel segnale a tutti i siciliani. Ribaltato anche il tranquillo Alto Adige, con lo sbarco terra-aria di Maria Elena Boschi che ora – come suggerisce Enzo Marzo – in ossequio al Trattato De Gasperi-Gruber del 1946 sul bilinguismo, adotterà la doppia denominazione Boschi/Wälder. La povera donna, causa l’ostilità delle dirigenze indigene di Pd e Svp insensibili al suo travestimento da Heidi, non può ancora metter piede a Bolzano.

E da tre giorni e tre notti è accampata all’autogrill di Trento Nord con un istitutore che le pratica un corso accelerato di ladino. Noi però siamo strafelici per l’approdo in Parlamento di tanti giornalisti, anche perché non dovremo più chiamarli colleghi. Soprattutto i noti s’offerenti (nel senso che s’offrivano parecchio) Francesca Barra e Giuliano da Empoli, finalmente sedati dopo tanto vagare. Ci ha invece sorpresi Tommaso Cerno, il neo e già ex condirettore di Repubblica che è durato solo tre mesi. Tentando di decrittare, peraltro invano, i suoi articoli appassionati quanto cifrati e le sue accaldate ma purtroppo criptiche comparsate tv, ci era parso di intuire che fosse molto critico con Renzi. Il quale però non serba rancore o più semplicemente ha capito male, e lo piazza a capolista in Friuli: ottima scelta perché almeno Cerno, nato a Udine, potrà rappresentare un “territorio” dove lo conoscono tutti. Anzi, si spera non proprio tutti: esclusi quelli che lo ricordano candidato di An alle Comunali del ’95, al seguito di Daniele Franz, ex presidente del Fronte della Gioventù; e quelli che hanno letto il suo ultimo libro A noi! sull’eterno fascismo dei politici italiani, Renzi compreso; e i lettori dell’Espresso da lui diretto fino a ottobre, con le sue torrenziali intemerate che, almeno a noi, parevano proprio antirenziane. Come l’editoriale del 2 marzo su Consip e quello che lui chiamava addirittura “il Giglio Nero”. Botte da orbi sulle “relazioni pericolose fra Tiziano Renzi, padre dell’ex premier ed ex segretario Pd Matteo, Denis Verdini, ex berlusconiano legato ai Renzi da avventure di altri tempi e poi divenuto stampella del governo piddino, e Luca Lotti”. E giù domande ficcanti su “cosa Matteo Renzi sapesse, direttamente o indirettamente”, sulle “ombre che si stendono su tre figure chiave: il genitore, l’alleato scomodo, l’amico e fedelissimo di governo”, sulle “zone grigie” che imponevano al Cerno “il dovere di porre alcune domande”: “Presidente, era al corrente di ciò che avveniva, o tutto è stato fatto a sua insaputa?… Nel caso in cui qualcosa le fosse giunto all’orecchio, cosa è stato fatto per porre fine a tutto questo? Per prendere le distanze, politicamente prima di tutto, da qualcosa che somiglia a un groviglio di relazioni che si vuol mutare in ‘sistema’?”. Che Renzi parlasse, perdio: “Che sia lui a dirci che idea s’è fatto del ruolo del su’ babbo, dell’alleato Verdini e dell’amico Lotti nella vicenda Consip”, perché, inchieste a parte, “interessa prima di tutto la sua risposta politica. A noi, certamente. Ma di più al Paese”. Ecco: chissà se, prima di accettare, Cerno ha poi avuto quelle risposte da Renzi. Almeno in privato. E se le farà conoscere anche a noi, “ma di più al Paese”. Sennò, Dio non voglia, rischierebbe di passare per uno di quei voltagabbana tanto vituperati nelle sue tonitruanti filippiche. Tipo Totò ne I tartassati, quando si fa l’idea che il maresciallo della Tributaria (Fabrizi) abbia nostalgie fasciste e per farselo amico inneggia al Duce (“Quelli sì che erano tempi!”), poi capisce l’equivoco e ingrana la retromarcia: “Ma allora lei è anti? Anch’io! Mi sarà scappato un pro, ma sono sempre stato anti!”.

Sorgente: M’è scappato un pro – Il Fatto Quotidiano

88 anni e non sentirli – Il Fatto Quotidiano

 

Chissà se nella cosiddetta Europa qualcuno ha mai sentito parlare della trattativa Stato-mafia. Forse tanti anni fa, quando anche nei circuiti internazionali del potere B. era unfit a governare l’Italia, come titolò l’Economist nel 2001, 12 anni prima che venisse condannato definitivamente per frode fiscale e 16 anni prima che l’ormai ex direttore Bill Emmott lo definisse il possibile “salvatore politico dell’Italia”. Nel 2001 fu proprio per i suoi già stranoti rapporti con Cosa Nostra che il Caimano fu giudicato così severamente da una delle più autorevoli testate mondiali. Da allora molti fatti nuovi sono emersi sull’argomento, aggravando vieppiù la sua posizione: la condanna definitiva a 7 anni, la fuga in Libano e l’arresto del suo braccio destro Marcello Dell’Utri, tuttora in galera per mafia; il rinvio a giudizio di Dell’Utri nel maxiprocesso sulla Trattativa per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato; e le intercettazioni in carcere dei due protagonisti delle stragi mafiose del 1992-’94, Salvatore Riina e Giuseppe Graviano, che guardacaso, rievocando la stagione dell’attacco allo Stato con i compagni di ora d’aria, parlavano entrambi di Silvio&Marcello. Ciononostante, o forse proprio per questo, non solo B. non è stato emarginato dalle classi dirigenti italiane ed europee, ma è stato addirittura riabilitato come “argine” contro non si sa bene quali pericoli peggiori di lui.

Nessuno può sapere come finirà il processo sulla trattativa, giunto ieri dopo 202 udienze di dibattimento e 8 di requisitoria alle richieste di pena dei pm per un totale di 88 anni di carcere ai 9 imputati superstiti. La sentenza che verrà emessa ad aprile dalla Corte d’assise composta dal presidente Alfredo Montalto, dalla giudice a latere Stefania Brambille e da 6 giudici popolari, è aperta a molti esiti diversi: a) la condanna di tutti gli imputati o di alcuni di essi; b) l’assoluzione perché la trattativa ci fu ma non è reato (il fatto non costituisce reato); c) l’assoluzione perché la trattativa ci fu ma non la fecero gli attuali imputati (non aver commesso il fatto: come ha già stabilito per Calogero Mannino il gup nel processo di primo grado con rito abbreviato); d) l’assoluzione perché la trattativa non è mai esistita o non ci sono prove sufficienti che sia esistita (il fatto non sussiste, magari col comma 2 dell’art. 530 Cp, cioè con la vecchia insufficienza di prove). Gli esiti a), b) e c) confermerebbero in tutto o in parte la ricostruzione della Procura di Palermo, o meglio dei pm che in questi 10 anni, contro tutto e contro tutti, han cercato coraggiosamente di illuminare uno dei buchi più neri della nostra storia.

Lo scenario e) sconfesserebbe invece la pubblica accusa e sarebbe un colpo di spugna sulla montagna di indizi raccolti nel processo più inviso al potere dopo quello ad Andreotti. A partire dalla testimonianza degli ex ufficiali del Ros Mori e De Donno che nel 1997, al processo di Firenze sulle stragi del ’93, costretti dalle rivelazioni del pentito Brusca, ammisero candidamente di aver avviato nel ’92 “una trattativa con Vito Ciancimino” per negoziare con Riina. Se la “trattativa” si chiama così è perché furono Mori e De Donno a chiamarla così: con i verbi all’indicativo e senza gli aggettivi alla vaselina – “presunta”, “supposta”, “eventuale” – sempre usati da giornalisti, giudici e politici di regime per indorare la pillola al popolo bue.

I processi, prim’ancora che a mandare in carcere i colpevoli, servono ad accertare la verità processuale, cioè quella porzione di verità storica che si riesce a dimostrare in un’aula di tribunale con documenti, testimonianze, confessioni e intercettazioni. Le prove che i pm Ingroia (prima di lasciare la toga), Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia sono riusciti a mettere a disposizione della Corte d’assise sono impressionanti, se si pensa al quarto di secolo trascorso dai fatti e ai sistematici sabotaggi, boicottaggi e depistaggi fino ai più alti livelli istituzionali, politici e giudiziari (anche queste sono prove di una trattativa tuttora in atto 25 anni dopo). In questo caso, poi, la ricostruzione dei fatti è infinitamente più cruciale della punizione degli eventuali colpevoli: gli imputati superstiti, dopo 10 anni di indagini e udienze, sono persone molto anziane e ormai prive di cariche pubbliche.

Ma le protezioni di cui hanno goduto e godono dimostrano il loro formidabile potere intimidatorio e ricattatorio, che deriva proprio dalla loro conoscenza di quelle vicende. Sanno quello che hanno fatto, con chi e per conto di chi. E, siccome in Italia non si butta via niente, sono in grado di spaventare mandanti, complici e favoreggiatori rimasti nell’ombra. Nel 1992 Riina e i suoi complici nelle istituzioni, nella politica e negli apparati architettarono il Grande Ricatto allo Stato a suon di bombe e a costo di decine di sacrifici umani (Borsellino, la sua scorta e tanti cittadini inermi caduti a Firenze e Milano) per rimpiazzare i collusi alla Andreotti&C. con i collusi alla B.&C. Oggi un secondo Grande Ricatto, figlio del primo, grava ancora sulla vita pubblica: quello di chi sa tutto e potrà mercanteggiare a carissimo prezzo il suo silenzio fino a quando chi già comandava allora non sarà spazzato via (infatti Graviano lavorava per inviare messaggi ricattatori a B. ancora l’anno scorso, non nella preistoria). É questo è il principale merito dell’inchiesta sulla trattativa: avere fornito alla Corte d’assise tutti gli strumenti possibili per squarciare finalmente il velo dell’omertà e dell’ipocrisia sul più indicibile dei segreti di Stato. Ora tocca ai giudici, togati e popolari, trovare il coraggio di mettere nero su bianco quella verità che tutti conoscono ma nessuno vuole sentire. Vedi mai che poi ne faccia tesoro, se non l’Italia, almeno l’Europa.

Sorgente: 88 anni e non sentirli – Il Fatto Quotidiano

Bolzano, provincia di Laterina – Il Fatto Quotidiano

 

“Non ci sono paracadutati. Si va sul territorio e si guardano in faccia gli elettori” diceva Matteo Renzi il 6 settembre 2015, per segnare il nuovo corso del suo Pd che “cambiava verso” dai malvezzi del passato. Quelli dei “soliti noti” (li chiamava così) che pur di non farsi “rottamare” (parlava così) si candiderebbero in capo al mondo per impedire al loro “territorio” di “guardarli in faccia”. Roba da “vecchia politica” (diceva così), tipo quel D’Alema che – gli rammentò Renzi l’11 giugno 2016 – “ci mandò Di Pietro al Mugello!”. Eh già: nel 1997 i poveri mugellesi dovettero votare quel putribondo figuro che aveva fatto l’inchiesta Mani Pulite e peraltro, essendo più popolare di padre Pio, sarebbe stato eletto anche nei collegi di Arcore e di Hammamet (i Ds lo candidarono nel Mugello non per garantirgli l’elezione lontano da casa, ma perché lì si tenevano le elezioni suppletive per sostituire il senatore Arlacchi e in quelle generali del 1996 l’ex pm non aveva voluto candidarsi perché era sotto indagine e voleva attendere di essere prosciolto). Ora naturalmente, siccome non se ne può più di questi paracadutati, Renzi paracaduta Maria Elena Boschi a 340 chilometri dalla natia Laterina (Arezzo), in quel di Bolzano.

Eppure il 21 dicembre scorso aveva giurato a Tgcom24 che “un politico si fa giudicare dai cittadini, saranno gli elettori a giudicare non solo Maria Elena Boschi, ma tutti noi. Questa discussione per noi non esiste. Saranno gli elettori a decidere se Boschi debba essere riportata in Parlamento o no”. Si era scordato di aggiungere che parlava non degli elettori aretini, ma di quelli che parlano tedesco, noti (almeno finora) per eleggere sempre e solo chi vuole la Südtiroler Volkspartei, di cui Renzi&C. si sono riassicurati i servigi con un’infornata di marchette alla modica cifra di 6 miliardi e rotti: dalle indennità ai consiglieri di Stato residenti a Bolzano alle norme fiscali agevolate per l’Alto Adige, dai fondi per l’apicoltura montana all’autonomia plenaria delle province autonome di Trento e Bolzano sulle concessioni autostradali, dalla proroga di 30 anni per l’Autostrada del Brennero A22 ai favori anti-mercato alle banche cooperative locali. Ora gli elettori alto-atesini hanno almeno 6 miliardi di buoni motivi per votare Boschi. E pazienza per il segretario della Svp, Philipp Achammer, che otto giorni fa diceva di “attendere dal Pd una proposta di candidatura di elevata credibilità autonomista” e s’è ritrovato un bel pacchettino già confezionato e infiocchettato.

Edentro c’è la Boschi, la nota autonomista che nel 2014 alla Leopolda si disse “favorevole alla soppressione delle autonomie speciali”. E pazienza anche per il segretario del Pd bolzanino, Alessandro Huber, che fino all’altroieri stava cercando “un candidato locale, come ci era stato richiesto”, quando ancora sperava che Miss Etruria venisse dirottata dove scrivevano i giornali: in Umbria, o nel Lazio, o in Basilicata, o in Sardegna, o in Lombardia, o in Campania, o ad Ascoli Piceno, o in uno qualsiasi dei capoluoghi toscani eccetto Arezzo. Evidentemente, quando Renzi citava i “territori”, parlava in generale, nel senso di uno a caso, come viene viene. E quando chiedeva che “sia consentito ai cittadini di scegliere i parlamentari in modo libero, un po’ come succede nei Comuni” (26.4.2012), diceva così per dire. Certo, ora diventa però vieppiù incomprensibile il senso delle supercazzole renziane sulla Boschi che faceva il giro delle sette banche (più Consob) per salvare Banca Etruria dall’eventuale fusione con la Popolare di Vicenza “a nome dei suoi elettori” (che peraltro non esistevano, nel sistema dei nominati dal Porcellum), del suo “territorio” e in particolare degli ormai leggendari “orafi aretini”. Ora che gli orafi aretini potrebbero finalmente ricambiarla a suon di voti per cotanto attivismo, Renzi gliela sfila da sotto il naso e la spedisce a Bozen. Massì, in fondo un “territorio” vale l’altro.

Quando invece Matteo nostro diceva che “un cittadino deve poter guardare in faccia i propri rappresentanti: poi, se fanno bene li conferma, se fanno male li manda a casa e magari i politici proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, che non è un’esperienza mistica, la fanno tutti gli italiani ogni giorno e possono farla anche i politici che perdono le elezioni” (26.4.2012) e che “i candidati nei collegi dovranno tornare a guardare in faccia gli elettori, mentre prima veniva eletto il numero 27 di una lista che nessuno, magari, aveva mai visto” (4.11.2015), pensava a tutti fuorché alla Boschi: anche perché Maria Elena nostra, se non venisse eletta, tornerebbe a fare l’avvocato. E non so voi, ma io, piuttosto che da lei, mi faccio difendere da Taormina.
Renzi diceva anche che, per evitare i nominati dall’alto, “il Pd ha già assicurato che faremo le primarie per i parlamentari, come del resto ha fatto per primo Bersani: diamo a Cesare quel che è di Cesare” (21.1.14). E non so voi, ma io le primarie di Bersani di cinque anni fa me le ricordo, mentre ora quelle di Renzi non le ho proprio viste: a meno che Renzi riunito con se stesso in una stanza per compilare le liste del Pd non si chiami “primarie”. Il che non è affatto escluso.
Ah, dimenticavo: il 3 aprile 2011 il Bomba annunciava “un tetto di tre mandati parlamentari, senza eccezioni”. Non poteva immaginare che il Pd sarebbe finito tra le grinfie di un oligarca che ora fa eccezioni e deroghe à gogo per ricandidare, anzi rinominare Gentiloni, Minniti, Pinotti, Franceschini, Zanda, Giachetti, Realacci dopo 4 legislature e Fassino dopo 5. Indovinate come si chiama.

Sorgente: Bolzano, provincia di Laterina – Il Fatto Quotidiano

Indagati&Impuniti Spa – Il Fatto Quotidiano

 

Visto che criticare una sentenza, specie se ci sono di mezzo il Fatto e la trattativa Stato-mafia, costa 150 mila euro (per fortuna solo in primo grado: confidiamo nell’appello), misurerò bene le parole. Anzi premetto che tutti i giudici penali, civili e contabili sono giustissimi, bravissimi, indipendentissimi, onestissimi, insensibilissimi al clima politico, dunque pressoché infallibili, al punto che non si vede perché perder tempo e denaro con tre gradi di giudizio. Però c’è un “ma” grosso così, che sottoponiamo ai candidati alle elezioni perché, volendo, riempiano eventuali vuoti normativi. Sempre più spesso escono sentenze così bizzarre da richiamare non tanto il principio costituzionale “La legge è uguale per tutti”, quanto il detto romano “Gira e rigira, er cetriolo va sempre ’nculo all’ortolano” e il celebre “E io pago!” di Totò. L’ultima è il colpo di spugna sull’insider trading di Renzi&De Benedetti, nemmeno indagati a Roma. La penultima l’ha raccontata il nostro Iurillo: l’archiviazione a S. Maria Capua Vetere dell’inchiesta sulla deputata Pd Camilla Sgambato e sull’ex segretario Pd casertano Raffaele Vitale. I due erano finiti indagati dopo l’arresto dell’ex sindaco dem Biagio Di Muro, per avere raccomandato una signora a un concorso pubblico. La donna, G.D.S., compilò la sua domanda, ma – come disse il presidente della commissione giudicatrice, intercettato – “si era reso necessario consigliarle di farsi sponsorizzare politicamente”.

Lei andò a botta sicura: “Avrebbe attivato – scrive il pm nella richiesta di archiviazione – il segretario Pd Vitale, che a sua volta avrebbe attivato Sgambato, che avrebbe segnalato il suo nominativo all’allora sindaco Di Muro”. Gli interessati ovviamente negano, ma il pm non crede alle loro versioni (sono indagati e possono mentire): “Le complessive acquisizioni investigative impongono di ritenere che Vitale, tra l’altro legato da rapporto anche amicale con Pasquale Stellato (figlio della Sgambato e segretario nazionale dei Giovani dem, ndr), e la Sgambato si siano interessati o siano stati interessati per la vicenda D.S.”. Purtroppo però non si sa “in termini certi il tipo di intervento che Vitale e Sgambato ponevano in essere”. E qui parte una sottile distinzione fra spintarelle lecite e illecite. Le lecite sono quelle “politiche” dei papaveri Pd che intervennero “affinché si valorizzasse il profilo professionale della candidata (capacità, preparazione, competenza)”. Le illegali sono invece quelle con la “richiesta di trovare la soluzione affinché con modalità illecite la selezione venisse alterata per favorire la loro segnalata”.

Quindi, par di capire, per raccomandare lecitamente uno e fargli saltare la fila dei non raccomandati più bravi di lui, occorre l’astuzia “politica” di non chiedere “modalità illecite”: basta dire di promuovere Tizia o Caio. Sarà poi la commissione ad avvertire il candidato a trovarsi un santo in Paradiso. Lecitamente, si capisce. In questo caso non si può neppure parlare di raccomandazione: solo di “segnalazione politica” che, “pur rappresentando una condotta censurabile sotto il profilo dell’etica morale/politica, non può assumere penale rilevanza”. E così vissero tutti felici e contenti: i politici che hanno chiesto il favore, i commissari che l’hanno fatto, la tipa che l’ha ricevuto e i magistrati che non verranno tacciati di giustizia a orologeria (hanno solo archiviato 40 giorni dopo l’interrogatorio della deputata, giusto in tempo per consentirle di ricandidarsi intonsa). E pazienza per i poveri ortolani che, non avendo santi Pd in paradiso democratici, sono rimasti disoccupati. La sentenza fa il paio con quella che ha assolto Clemente Mastella e la sua signora perché non c’è prova che abbiano estorto nomine di fedelissimi al governatore Bassolino e al manager di un ospedale. Però partecipavano alla “illecita lottizzazione degli incarichi tra i partiti sulla quale si fondavano gli equilibri interni alla maggioranza” della giunta Bassolino. Avete letto bene: “illecita”. Come si può assolvere chi fa cose “illecite”? In Italia si può: quelle nomine furono chieste contro i “criteri di merito” e “in violazione del principio di buon andamento ed imparzialità della PA sancito dall’art.97 della Costituzione”, ma “il fatto (accertato, ndr) non costituisce reato”. Illecito, ma lecito. Non è meraviglioso?

Terza perla: la Corte dei conti del Lazio ha archiviato l’indagine su politici, dirigenti e funzionari sulle opere costosissime e incompiute per i Mondiali di Nuoto del 2009 a Roma, tipo la cittadella dello sport di Tor Vergata con le “vele” di Calatrava (capolavoro di Caltagirone costato 608 milioni contro i 323 preventivati, dopo “ben sei atti aggiuntivi”). Il pm contabile, archiviando, descrive “una classe politica tesa a inseguire progetti faraonici senza predisporre adeguate coperture finanziarie e senza tenere conto delle reali possibilità di rispettare un cronoprogramma in linea con gli obiettivi”. Una combriccola di amministratori, dirigenti e costruttori affetti da “una grave incapacità programmatoria e gestoria sia sotto il profilo politico che tecnico”. Una “compagine amministrativa incapace di rispettare le regole della concorrenza e della buona gestione, prona ai desiderata del politico di turno e del mondo imprenditoriale con cui si confronta e ai cui interessi risulta spesso asservito”. Un perfetto ritratto della banda del buco spazzata via due anni fa dagli elettori romani, che ancora piagnucola per la perdita della mangiatoia olimpica del 2024. Ora però questi incapaci&impuniti potrebbero almeno smettere di dare lezioni di competenza e legalità a chi non riuscirebbe a fare i loro danni neppure se vivesse cento vite: accendano un cero a Santa Giustizia e riposino in pace.

Sorgente: Indagati&Impuniti Spa – Il Fatto Quotidiano

Professione pericolo – Il Fatto Quotidiano

 

A qualcuno parrà strano, ma vorremmo spezzare una lancia, ovviamente etrusca, per Maria Elena Boschi: qualcuno, per favore, le dica dove sarà candidata perché questo gioco dell’oca (absit iniuria verbis) fra la natia Toscana e la Basilicata, le Marche e la Lombardia, la Campania e il Lazio, la Sardegna e il Trentino Alto Adige rischia di umiliarla. È vero che i collegi blindati sono pochi e tutti li vogliono dunque nessuno la vuole. Però insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe: è la Madre Ricostituente della Terza Repubblica, mica un pacco postale. Nelle ultime settimane, dopo i figuroni in Commissione banche, le cronache la sballottano tra Arezzo (dove non può più metter piede nemmeno col burqa), Firenze e Lucca, la catapultano chissà perché fra Pomigliano d’Arco ed Ercolano (Pompei no), la rimbalzano come una pallina da flipper dal Frusinate ad Ascoli Piceno, la palleggiano da Matera a Potenza, la destinano fra le brume brianzole e poi fra i nuraghe sardi, infine la paracadutano in quel di Bolzano (dove Renzi conta molto sui voti della minoranza tedesca che, parlando poco l’italiano, potrebbe non capire bene cosa dice). E lei ogni volta, secchiona com’è, si mette lì, curva sul suo desco a studiare gli usi e costumi locali, ma soprattutto i dialetti e gli accenti per sintonizzarsi con gli eventuali elettori. Ora se non le cambiano ancora destinazione, dovrà equipaggiarsi alla tirolese, divisa in panno verde, berretto con ponpon e stella alpina d’ordinanza, borraccia, piccozza, scarponcini, corde e ganci da arrampicata, per guidare l’ala rupestre del Giglio Magico.

A prescindere dal patetico caso umano, sarebbe interessante sapere come la mette il Pd col suo Statuto, che all’articolo 19 impone per i candidati al Parlamento una “selezione a ogni livello col metodo delle primarie o… con altre forme di ampia consultazione democratica” rispettose di “principi” come “la rappresentatività sociale, politica e territoriale dei candidati”, la “competenza” e “la pubblicità della procedura di selezione”. Ora la Boschi è certamente competente su almeno una materia: le interferenze per salvare banca Etruria (non a caso finita in bancarotta). Invece non risulta alcuna “pubblicità della procedura di selezione” del suo nome in Trentino Alto Adige. E neppure una sua “rappresentatività territoriale” in loco, a parte la celebre gita turistica a Madonna di Campiglio spacciata per “missione istituzionale”. Se però i suddetti principi, in un partito che si chiama democratico, sono traducibili in un semplice “decide tutto Renzi, fatevi i cazzi vostri”, va benissimo così.

Ciò che invece ci preoccupa, oltreché della Boschi, è la sorte di Emma Bonino. Brillantemente aggirato l’obbligo di raccogliere le firme per presentare la lista +Europa grazie all’annessione di Tabacci, ora deve risolvere un altro problema ancor più seccante: come aggirare l’obbligo di raccogliere voti per essere eletta. Che poi è lo stesso rovello che affligge la Boschi, ma con una complicazione. La Boschi è candidata nel Pd, partito che – se non scende ancora – lo sbarramento del 3% dovrebbe proprio superarlo: quindi, se non passa nell’uninominale, avrà fino a 5 paracadute nelle liste bloccate del proporzionale. Invece, nei sondaggi, la lista +Europa è ben sotto il 3%: nel proporzionale non eleggerebbe nessuno e la Bonino avrebbe un colpo solo da sparare, nel maggioritario e senza paracadute. Perciò, stando ai bene informati, avrebbe chiesto al Pd un collegio blindato per sé e qualcun altro per i fedelissimi, onde evitare di restare a casa (sarebbe la prima volta da 42 anni, dopo 8 legislature in Italia e 3 in Europa). Il guaio è che i collegi sicuri del Pd sono tutti sull’appennino tosco- emiliano: il Nord è tutto forzaleghista e il Lazio e il Sud sono a maggioranza M5S. E nelle due regioni rosse c’è la ressa di chi ama vincere facile.

Ora, che ad aprirsi il doppio paracadute (collegio blindato e proporzionale) siano partiti che non hanno votato questa lurida legge elettorale, passi. Ma che siano pure quelli che l’hanno votato e addirittura scritto, come il Pd e i suoi derivati, è davvero bizzarro. Ma come, Renzi non aveva assicurato il 20 ottobre che “col Rosatellum i cittadini potranno scegliere il proprio deputato e il proprio senatore perché ci sarà una scheda in cui si sa chi si elegge?”. Ed Ettore Rosato, autore del capolavoro, non aveva spiegato il 10 ottobre che “bisogna ridare fiducia agli elettori che sapranno scegliere fra le persone serie e i populisti”? E allora tranquilli, compagni: anziché scervellarvi per trovare un paracadute a tutti, abbiate fiducia negli elettori e vedrete che tutto andrà per il meglio. I radicali, poi, si battono da sempre per il maggioritario secco all’inglese: un eletto per collegio e tutti gli altri a casa, vinca il migliore. “Noi radicali – dichiarava la Bonino il 20.7.2009 – siamo sostenitori del bipartitismo fondato sui collegi uninominali”. E il 3.10.2011 tuonava contro i sistemi elettorali che fanno scegliere i candidati “al potere oligarchico dei segretari di partito. Il collegio uninominale secco o a due turni è l’unica strada. I collegi dovrebbero essere come in Inghilterra di 85 mila elettori, per consentire un rapporto tra gli elettori e l’eletto”. Giusto: il bello dell’uninominale è il rischio, lo scontro diretto, spericolato, acrobatico, senza rete. Perciò non crediamo alle malelingue che vogliono la Bonino in fila col numeretto per un collegio blindato lontano da casa. Anzi siamo certi che, per coerenza con le grandi battaglie radicali, non accetterà né la Toscana né l’Emilia come una Boschi qualsiasi. Essendo di Bra, si candiderà senz’altro a Cuneo, “come in Inghilterra”, senza farsi paracadutare dal “potere oligarchico dei segretari di partito”. O no?

Sorgente: Professione pericolo – Il Fatto Quotidiano

La Quarta Gamba(dilegno) – Il Fatto Quotidiano

 

“Raccolgo l’appello dell’Espresso sottoscrivendolo senza se e senza ma. Lo sforzo che dobbiamo compiere come responsabili dei partiti è presentare una classe dirigente preparata credibile e autorevole. Per le liste chiederemo ai candidati il casellario giudiziario e i carichi pendenti”. Chi parla è Lorenzo Cesa, ex Dc, ex Ccd, ex Udc, ora leader di “Noi con l’Italia” detta anche “quarta gamba del centrodestra”. L’appello è il “Manifesto per una politica trasparente” lanciato dall’Espresso e firmato dai leader di tutti i partiti, esclusa ovviamente Forza Italia, per chiedere candidati di specchiate “qualità personali e morali” e di provata “trasparenza, legalità, indipendenza e moralità pubblica”, ben oltre il requisito minimo di incensuratezza. E Cesa ci sta, “senza se e senza ma”. Chissà se è lo stesso Cesa che l’8 marzo 1993, consigliere comunale a Roma e portaborse del ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini (per gli amici “Prendini”), fu arrestato dopo un paio di giorni di latitanza per corruzione aggravata nell’inchiesta della Procura capitolina sulle tangenti Anas. Appena giunto a Rebibbia, il Cesa scoprì che anche il pool di Milano lo cercava per un altro miliardo e mezzo di lire di mazzette. Così confessò in tre memorabili interrogatori la sua promettente carriera di tangentaro. Poi gli tornarono alla mente altri episodi che gli inquirenti non avevano ancora scoperto e richiamò il gip per metterli a verbale, con un linguaggio degno più di Pietro Gambadilegno che di un uomo politico. Testuale: “Intendo puntualizzare alcuni episodi che non ho riferito al pm. Episodi analoghi a quelli che mi sono stati contestati e che non ho riferito perché, per comprensibili ragioni, ero stordito e frastornato. Oggi mi sento più sereno e intendo svuotare il sacco…”. Un sacco bello pieno, dopo anni trascorsi in Federlazio, in commissione urbanistica del Comune e in Anas. La prima mazzetta non si scorda mai, infatti Cesa ha una memoria di ferro, specie sulla forma e sul colore delle buste (meno, sul contenuto): “Intendo partire dal primo episodio che ricordo: un mio paesano di Arcinazzo, dipendente della società Gico dell’ingegnere Ugo Cozzani, mi disse che l’ingegnere voleva parlarmi… Ci si incontrò dopo una ventina di giorni… si trattava di fare una strada che doveva collegare la strada che stava costruendo con il nuovo stabilimento Fiat in Basilicata… mi sollecitò la definizione della pratica all’Anas… Ebbi modo d’incontrarmi con il ministro Prandini al quale segnalai la pratica… e mi sentii rispondere che dovevo chiedere al Cozzani il 5 per cento dell’importo dell’appalto”.

Prosegue Cesa: “Dopo qualche Cda i lavori furono affidati al Cozzani… con il quale mi incontrai in piazza del Popolo… Io prelevai la borsa che mi consegnò contenente il denaro e di cui non contai il quantitativo… Da solo mi portai nell’ufficio del ministro, nelle cui mani consegnai la capiente borsa in plastica rigida di colore grigio piuttosto spessa… Detta operazione si ripeté una seconda volta… Ovviamente ricevetti delle contropartite politiche da parte del ministro che sovvenzionava le nostre iniziative politiche”. Secondo episodio: “Il titolare dell’impresa Monaco… mi disse che aveva dei lavori stradali in Basilicata ed era in attesa dell’affidamento… La pratica era pendente all’Anas… Ne parlai col ministro il quale… mi rispose che dovevo chiedere il 5 per cento. Il Monaco… portò nel mio studio privato una busta di carta rigida sigillata contenente il denaro destinato al ministro e da me a questi consegnata senza neppure aprirla”.

Terza mazzetta: “Vittorio Petrucco, titolare della Icop Spa, mi disse che era in attesa dell’affidamento di due lavori… Dopo qualche Cda la pratica fu approvata… Il Petrucco ritornò da me e mi disse che lui riteneva di mantenere rapporti diretti con il sottoscritto, anche per eventuali ulteriori affidamenti di lavori per cui, mentre i suoi soci avevano provveduto a versare il quantum convenuto con il loro canale, lui pensava di versare il quantum di sua spettanza a me perché lo destinassi al ministro Prandini… Quanto alle modalità di versamento, ricordo che una prima volta il Petrucco… mi consegnò una cartella rigida contenente denaro, il cui importo non mi fu detto né io lo contai. Cartella che io, senza nemmeno aprirla, portai al ministro… La seconda volta mi telefonò, venne di nuovo nel mio studio privato con una cartella analoga alla prima, era sigillata con dello scotch, e che parimenti portai al ministro… Vi fu una terza dazione di denaro… Ancora una volta consegnai nelle mani del ministro la cartella, il cui importo non fu da me controllato”.

Rinviato a giudizio, il corrotto reo confesso Cesa lascia la politica e si mette in proprio. Nel 2001 viene condannato in Tribunale a 3 anni e 3 mesi per corruzione aggravata nello scandalo Anas con Prandini (6 anni e 4 mesi). Ma in appello, nel 2003, tutto si blocca per un cavillo: la Corte d’appello di Roma “scopre” all’improvviso che il Tribunale dei ministri che ha rinviato a giudizio Prandini, Cesa & C. non poteva svolgere funzione di gup. Il processo deve ricominciare da capo, ma non ripartirà mai, perché gli atti verranno giudicati inutilizzabili e i reati dello scandalo Anas (mazzette per 30 miliardi di lire) finiranno in prescrizione. Cioè impuniti. Intanto, sempre nel 2003, l’amico Pier Ferdinando Casini si avvale di una società di Cesa, la società Global Media, per organizzare il congresso dell’Udc. Nel 2004 gli offre un seggio al Parlamento europeo e nel 2006 se lo porta alla Camera come segretario del partito. Che, non a caso, ha per motto “Io c’entro”. Ora l’uomo che “svuotava il sacco” firma il Manifesto per una politica trasparente. Senza se e senza ma. Con una postilla: “Esclusi i presenti”.

Sorgente: La Quarta Gamba(dilegno) – Il Fatto Quotidiano

Ma mi faccia il piacere – Il Fatto Quotidiano

Emergenza rifiuti. “Raffaele Sollecito: ‘Non riesco a trovare una brava ragazza’” (Libero, 16.1). Strano, eppure gli morivano tutte dietro.

Concorrenza sleale. “I vescovi strigliano i partiti: ‘Basta promettere miracoli’” (La Stampa, 14.1). Sennò che ci stiamo a fare noi?

Rastrellamenti. “Sono pronto per la campagna elettorale: il mio collegio sarà Firenze. Passo dall’auto blu alla vespa blu: andrò casa per casa” (Matteo Renzi, segretario Pd, Quotidiano Nazionale, 8.1). Cioè passa alle minacce.

Esorcismi. “Berlusconi apre la campagna visitando la tomba di Craxi ad Hammamet” (la Repubblica, 14.1). Per non dimenticare mai perchè entrò in politica.

Due razze e due misure. “Non possiamo accettare tutti perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca deve continuare a esistere o se deve essere cancellata” (Attilio Fontana, Lega Nord, candidato del centrodestra a governatore della Lombardia, Radio Padania, 11.1.2018). “Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in Italia” (Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale del Pd e responsabile del dipartimento Difesa degli animali, Radio Cusano Campus, 25.7.2017). Il Fontana e la Fontanella.

L’erba del vicino. “Nella mia casa in Sardegna ci sono molte piante ed erbe medicinali. Molti studenti vengono a visitare. Tra queste erbe c’è pure quella del Viagra” (Silvio Berlusconi, presidente FI, Matrix, Canale5, 16.1). “Con Confalonieri ci siamo ricordati che, a scuola dai salesiani, facevamo la gara a chi faceva la pipì più lontano. Mi ha detto: rifacciamolo. Ci mettiamo lì e a un certo punto fa: me la son fatta sulle scarpe. E io: allora hai vinto tu” (Berlusconi, Quinta Colonna, Rete4, 18.1). Avranno tosato l’erba.

Congiuntivite. “Il Movimento ha sempre detto che noi volessimo fare un referendum sull’euro” (Luigi Di Maio, leader 5Stelle, Primocanale, 3.1). E che è, una gara con la Fedeli?

Programmi di evasione. “Berlusconi: ‘Patto col Pd se accetta il nostro programma’” (Libero, 12.1). Ma se te l’ha copiato.

Samsonite. “Il processo diventa comizio: Di Matteo contro Berlusconi. Ma così danneggia la magistratura” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 12.1). Tranquillo, tesoro, si chiama requisitoria. Ogni tanto capita.

Il nuovo Solzenycin. “Se Povia ha desiderio di candidarsi con noi, bussi e gli sarà aperto. Mi farebbe molto piacere. Ha pagato di persona per le proprie idee, ci sono pochi esempi come lui e merita rispetto. ‘I bambini fanno oh’ e ‘Il piccione’ sono canzoni che abbiamo nella testa un po’ tutti. Povia è un cantante popolare che ha fatto la storia della musica italiana” (Mario Adinolfi, leader Popolo della Famiglia, Radio Cusano Campus, 11-1). Ma erano poi così brutti, ‘sti gulag?

Il tenorino. “Come Presidente del @maggiomusicale sostengo la decisione di cambiare il finale di #Carmen, che non muore. Messaggio culturale, sociale ed etico che denuncia la violenza sulle donne, in aumento in Italia” (Dario Nardella, sindaco Pd di Firenze, Twitter, 7.1). Qualche speranza anche per Violetta: non era tisi, era influenza.

Riot Papers. “Dagli anni 70 a oggi il vero giornalismo è passione per la verità” (Gianni Riotta, La Stampa, 16.1). Esclusi i presenti, si capisce.

C’è chi può e chi non può. “De Benedetti ama Repubblica, ma vuole liberarsene. La ama come quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 19.1). Oddio, e adesso chi li sente Renzi, Serracchiani, Fedeli, Madia e gli altri tipini delicati in difesa di Lucia Annibali? Tranquilli, non li sente nessuno perchè stavolta non parla nessuno. Nemmeno la Annibali.

Historia magistra vitae. “Pur di distruggere Renzio, quelli di LeU distruggono anche la sinistra. Non hanno imparato nulla dalla guerra a Craxi” (Sergio Staino, “vignetta” su Il Dubbio, 16.1). Giusto, dovevano mettersi a rubare pure loro.

Il titolo della settimana/1. “In che senso ‘Sono tornato’? Perchè il prossimo (comico) film sul Duce è il più efficace atto di accusa contro lo stile parafascista del grillismo” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 16.1). E non ha ancora visto Morto Stalin se ne fa un altro.

Il titolo della settimana/2. “Esistono ancora le vergini! Questa vale un milione” (Renato Farina, Libero, 17.1). Eddai, Betulla, non fare il taccagno!

Sorgente: Ma mi faccia il piacere – Il Fatto Quotidiano

Ma vaccina tuo padre – Il Fatto Quotidiano

 

Dev’essere terribile svegliarsi, aprire il Corriere e scoprire dal sondaggio di Nando Pagnoncelli di essere il candidato premier più detestato e indesiderato dagli italiani: dietro Gentiloni, Bonino, Di Maio, Salvini, Berlusconi, Grasso e Meloni (mancano il Divino Otelma e Giorgio Mastrota, ma solo perché non li hanno testati). Siamo dunque solidali con Matteo Renzi che, sempre più ubriaco dei suoi insuccessi, mi coinvolge nella campagna elettorale (dove non sono candidato) per darmi del “giornalista di parte” che “fa disinformazione” e “pensa di essere autorevole perché va sempre in tv” e far sapere che lui parla sempre con “un medico che fa informazione”, il solito Burioni, casualmente candidato del Pd, perché il Pd è “dalla parte della scienza e della medicina”. Ora, che il più grande ballista della legislatura, detto il Bomba fin dalla più tenera età, accusi altri di mentire, è irresistibilmente comico. Che invece si porti sempre appresso un medico, viste le condizioni in cui versa, è una giusta precauzione. È vero, sono un giornalista “di parte”: la mia quando esprimo opinioni, quella dei lettori quando racconto fatti. Se mi accusano di mentire, sfido sempre a precisare dove e quando, il che non accade quasi mai. Nemmeno stavolta sulle mie critiche (Otto e mezzo, 11 gennaio) alla ministra Lorenzin, nota scienziata, e al suo Decreto Vaccini.

Che ho detto di tanto scandaloso? Tre cose: a) non era il caso di rendere obbligatori i sei nuovi vaccini in aggiunta ai vecchi quattro; b) per le sei patologie in più erano meglio vaccinazioni non imposte dall’alto, ma suggerite da campagne d’informazione; c) il decreto non ha eguali in molti paesi d’Europa. Le prime due sono mie opinioni, condivise da centinaia di medici e scienziati (che hanno qualche remora a esprimersi, vista la democratica abitudine dell’Ordine a espellere i dissenzienti dal sacro verbo renzian-lorenziniano), che non possono essere smentite: al massimo contestate con opinioni opposte altrettanto legittime, tipo quelle di Burioni. La terza è un dato di fatto incontestabile, tratto dal rapporto dell’European Centre for Disease Prevention and Control, l’agenzia Ue che monitora le malattie infettive: su 31 Paesi europei, solo 11 impongono vaccini obbligatori; gli altri 20 puntano su campagne informative e colloqui con le famiglie (inclusi Regno Unito, Germania e Austria, che pure vantano coperture altissime). Il modello Lorenzin è tipico del blocco ex-sovietico (Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria) e, in Europa centroccidentale, della sola Francia.

Fra questi ultimi Stati, solo tre impongono più vaccini dei nostri 10 (Lettonia 14, Bulgaria e Polonia 11). A settembre una grande inchiesta del nostro mensile Millennium ha smontato le fake news sia dei No Vax sia dei tifosi del Decreto Vaccini. E anche della Lorenzin, che disse a Porta a Porta (22.10.2014) e ripetè spesso: “Solo di morbillo in Inghilterra lo scorso anno sono morti 270 bimbi”. Una strage degli innocenti fortunatamente inventata da lei (nel 2013 le vittime di morbillo furono una nel Regno Unito e tre in tutta Europa). Millennium segnalava poi (come Report, subito manganellato dai renziani) le vittime di reazioni avverse ai vaccini per la scarsa informazione e vigilanza di un sistema omertoso dominato dai colossi farmaceutici (637 casi riconosciuti dal ministero della Sanità). Se Renzi vuole imparare qualcosa, si legga la nostra rivista o Nature, la bibbia degli scienziati, che scrive cose simili: non è mai troppo tardi. Ma, se siamo nel suo mirino, non è in nome della scienza e dell’informazione (i suoi camerieri han cacciato la Gabanelli dalla Rai). È perché, non contento di controllare la Rai e di avere ai suoi piedi quasi tutta la grande stampa, non sopporta l’idea di un giornale che non obbedisce ai suoi ordini, si conquista da 9 anni la propria autorevolezza sul campo dando notizie e facendo opinione, infatti ha contribuito a salvare la Costituzione da lui.

Su un punto però ha ragione: di salute lui parla solo “con i dottori”. Intanto perché è sempre bene che si faccia visitare. E poi perché sono altre le materie di cui conviene parlare con lui, a riprova del fatto che non basta andare al governo per essere autorevoli: le leggi elettorali incostituzionali, le “riforme” scritte coi piedi, le marchette agli evasori, le nomine degli amici toscani, gli attacchi ai pm che indagano sui suoi cari, la licenza di uccidere i ladri dopo il tramonto, i disastri su banche e Alitalia, la catastrofe Buona Scuola, le figuracce in Europa, i bavagli alla stampa, le denunce a Orietta Berti. Ma non solo. Se, puta caso, uno vuole speculare in Borsa e si chiama De Benedetti, basta che vada a trovarlo e lui, sulla porta dell’ascensore, gli preannuncia in esclusiva il decreto sulle banche popolari. Se uno vuole abolire l’art. 18 e regalare miliardi pubblici alle imprese, e si chiama sempre De Benedetti, basta che glielo suggerisca e lui fa subito il Jobs Act. Se uno copia pagine e pagine della tesi di dottorato e vuol fare carriera, e si chiama Madia, presenta la domanda e diventa ministro. Se una non trova lavoro e ha un curriculum così così, tant’è che l’ha scartata pure il Comune di Firenze, ma è figlia del procuratore contabile che archiviò un’accusa a Renzi, va dal sindaco Nardella che l’assume alla Città Metropolitana. Se uno era manager alle Pagine Gialle quando le distribuiva Tiziano Renzi, è il nuovo capo di Rai Pubblicità. Se una ha il babbo vicepresidente di una banca fallita e si chiama Maria Elena, basta una parolina e lui va dal governatore di Bankitalia a perorare la causa. Chissà se, fra tutti gli scienziati che frequenta, c’è pure un esperto di conflitti d’interessi: se scoprisse il vaccino, quasi quasi lo renderemmo obbligatorio.

Sorgente: Ma vaccina tuo padre – Il Fatto Quotidiano