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Fassino, l’ultima profezia – Il Fatto Quotidiano

Fermi tutti, che nessuno si muova: una novità sensazionale, rivoluzionaria, palingenetica irrompe sulla scena politica italiana e la sconvolge al punto che da oggi nulla sarà come prima. Noi non l’avevamo notata, ma rendiamo onore a Eugenio Scalfari che, malgrado l’età, non ha perso il gusto dello scoop. Tenetevi forte: “La notizia che fuori discorso (qualunque cosa voglia dire, ndr) Renzi ha dato è la sua dimostrazione di buona fede e di forte desiderio che il rientro dei dissidenti avvenga: è stato incaricato Piero Fassino di trattare con loro le modalità di rientro e il merito dei temi che saranno discussi e sui quali i rientrati avranno il loro peso indipendentemente dal loro numero”. Badate bene: “Fassino è una personalità primaria”, mica secondaria. “A suo tempo fu segretario del partito che allora si chiamava Ds”: me cojoni. “Poi fu un ottimo sindaco di Torino”, anche se i torinesi non se ne accorsero, tant’è che appena si ricandidò lo asfaltarono. “E ora è una delle personalità più attive del Pd”: praticamente l’incarnazione del moto perpetuo, dunque figuriamoci gli altri. Al solo sentir pronunciare “Fassino”, i bersaniani usciti nove mesi fa dal Pd perché delle scelte di Renzi non condividono nulla, nemmeno le cravatte, dovrebbero scattare sull’attenti come un sol uomo e rientrare a passo di carica in “un partito che a quel punto andrebbe da Bersani a Franceschini, da Pisapia a Minniti, da D’Alema a Orlando”, cioè sarebbe identico a quello da cui se ne sono andati a febbraio.

Noi già li immaginiamo, ingolositi e arrapati dall’incarico a Fassino di “trattare con loro le modalità di rientro”. Slurp, gnamm, che leccornia! E come facciamo a dirgli di no? Fassino è quello che avevamo sempre sognato, quel diavolo di Renzi ci ha proprio incastrati: non ci resta che consegnarci a lui con le mani alzate e scusarci per aver dubitato di lui! Oltretutto Fassino è un amuleto portafortuna. Nel 2008 Antonio Padellaro dirigeva l’Unità e quasi ogni giorno il segretario Ds Fassino protestava per la linea troppo critica e sbarazzina, anche a causa della rubrica del sottoscritto, di cui auspicava caldamente il licenziamento. All’ennesimo rifiuto di Antonio, Fassino: “Se volete fare di testa vostra, fatevi un nuovo giornale vostro e poi vediamo come va”. Padellaro, che ancora non ci aveva pensato, gli rubò l’idea e di lì a un anno nacque il Fatto, che ne ha appena compiuti otto, mentre l’Unità non c’è più. Ma Fassino mica si fermò lì, eh no. Nel luglio 2009, quando Beppe Grillo si candidò alle primarie per la segreteria del Pd, lanciò la seconda delle sue leggendarie profezie.

“Se Grillo vuol far politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende. E perché non lo fa?”. Grillo, che ancora non ci aveva pensato, gli rubò l’idea: oggi i 5Stelle sono davanti al Pd. Gli amici, visto l’esito boomerang dei due primi oracoli, presero da una parte il compagno Piero e lo pregarono di fermarsi lì. Ma lui niente, passò direttamente al terzo. Del resto, non c’è il due senza il tre. Nel maggio 2015, il sindaco Fassino, irritato dalle critiche di una consigliera M5S, tal Chiara Appendino, al suo bilancio colabrodo, le lanciò un’altra delle sue proverbiali sfide: “Si segga su questa sedia e vediamo se sarà capace di fare quello che auspica: decideranno gli elettori”. Gli elettori, che ancora non ci avevano pensato, gli rubarono l’idea e corsero a eleggere la Appendino sindaco di Torino al posto suo. Primo caso di un’Appendino che prende il posto di un attaccapanni. Lui ne fu talmente depresso che i colleghi dell’Anci lo lasciarono per qualche mese presidente dell’associazione dei comuni anche da semplice consigliere comunale: nessuno aveva cuore di avvertirlo col dovuto tatto che non era più sindaco e di scortarlo all’uscita. Renzi, vedendolo ridotto a uno straccio, pensò di mollargli uno strapuntino di consolazione: quello di “commissario straordinario ai migranti”. Poi l’idea di far accogliere quei poveri disperati appena sbarcati sulla banchina da uno con la faccia di Fassino parve eccessiva anche a Matteo: qualcuno, per solidarietà o compassione, avrebbe potuto rimpiangere di non essere affogato durante la traversata.

Ma il problema restava: come tenerlo impegnato, onde evitare che lanciasse nuove sfide-sfighe? Pensa e ripensa, ed ecco la soluzione: commissario straordinario a un altro genere di migranti, quelli di Mdp. La missione presenta più di un rischio, oltre a quello di un generale, collettivo, corale pernacchio: Fassino potrebbe ricominciare con gli oracoli che l’han reso celebre nel mondo della scaramanzia. Tipo quelli che, sul Web, lo vedono protagonista assoluto di tutti i passaggi cruciali della Storia. “Se questo Giulio Cesare vuole infischiarsene del Senato, passi il Rubicone poi vediamo se riesce a conquistare il potere”. “Se questo Dante Alighieri vuol fare lo scrittore, pubblichi qualcosa e poi vediamo quanti lo leggono”. “Se questo Cristoforo Colombo vuole raggiungere nuovi continenti prenda delle caravelle e salpi pure, poi vediamo dove arriva”. “Se questo Walt Disney è così bravo a disegnare topi e papere, lo faccia e poi vediamo se interessa a qualcuno”. “Se il Regno Unito vuole uscire dalla Ue, faccia un referendum e poi vediamo quanti votano Brexit”. “Se questo Bergoglio pensa di avere la vocazione, si faccia ordinare prete e poi vediamo se diventa papa”. “Se questo Trump vuol candidarsi alla Casa Bianca, si metta coi repubblicani e poi vediamo se viene eletto”. E così via. Ora, per attirare Grasso in trappola, c’è il rischio che parta con una delle sue captatio benevolentiae: “Piero, se non vuoi rientrare nel Pd, fai il leader della Sinistra e poi vediamo quanti voti prendete”. A quel punto, tanto varrà risparmiare i soldi delle elezioni.

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Grasso bonsai – Il Fatto Quotidiano

I casi sono due: o siamo matti noi italiani, o sono matti loro. Loro nel senso dei leader e leaderucoli della cosiddetta sinistra che, stando a quel che dicono, tentano di riunirsi in una sola lista con un solo leader per mobilitare gli astensionisti insoddisfatti dall’attuale offerta politica e pure i delusi dal renzismo. Se c’è un comun denominatore di tutte le elezioni dal 2013 a oggi è questo: gli italiani che vogliono cambiare davvero sono la maggioranza e si dividono fra quelli che non votano, quelli che votano 5Stelle, quelli che guardano nonostante tutto alla sinistra del Pd e – sull’altro fronte – quelli che scelgono la Meloni o in parte la Lega. Nel 2013, alle ultime Politiche, si buttarono soprattutto sul M5S e in piccola parte su Rivoluzione civile di Ingroia, De Magistris e Di Pietro (che però mancò il quorum e restò fuori dal Parlamento, anche perché il Pd non l’aveva voluta in coalizione). Nel 2014, alle Europee, si divisero fra i 5Stelle, la Lista Tsipras, l’astensione e Renzi che pareva una novità. Ma già a novembre avevano scoperto il bluff, infatti restarono a casa alle Regionali in Emilia Romagna (37,7% di votanti) e in Calabria (43,8). Alle Comunali del 2016 plebiscitarono le stellate Raggi e Appendino e, più di misura, il manager Sala. Al referendum del 4 dicembre corsero alle urne (65% di votanti) per dire sì alla Costituzione e no a Renzi. Alle Comunali e alle Regionali siciliane del 2017, nuova astensione-record e vittorie di destra (salvo le esperienze civiche di Giordani a Padova, De Magistris a Napoli e Orlando a Palermo), per l’affanno del M5S e l’odore di muffa del Pd. Poi di nuovo buona affluenza ai referendum consultivi di ottobre sull’autonomia in Veneto (57,2% di votanti) e in Lombardia (38).

Ce n’è abbastanza per capire che la gente affamata di cambiamento afferra al volo tutte le occasioni utili, anche le più improbabili, per farlo sapere ai piani alti. Lì però la risposta è sempre la stessa: qualche finta lacrimuccia per la “crescente disaffezione verso la politica”, e poi tutti a spartirsi un piatto sempre più povero, ben felici della scomparsa dei voti di opinione che non controllano e della sopravvivenza dei voti comprati o scambiati che controllano. L’ha spiegato Gustavo Zagrebelsky in una recente intervista a La Stampa: “A differenza di qualche anno fa, oggi vedo più impolitica che antipolitica. L’impolitico è pronto a sopportare qualunque cosa. L’antipolitico invece è disposto a mobilitarsi… L’astensionismo non è solo quantità, ma anche qualità. Favorisce la corruzione di quel che resta della politica, poiché inaridisce il voto d’opinione, mentre gli scambisti di voti e favori non si astengono di certo”.

Di qui il dubbio: “Il silenzio della classe politica è forse un segno di accondiscendenza? L’astensionismo cresce in generale, ma non quando ai cittadini viene data la possibilità di votare contro i partiti. Allora si scuotono. Nel referendum costituzionale come in quello per l’autonomia in Veneto. Si è votato su un quesito come ‘volete più autonomia?’. È come chiedere: ‘Volete più soldi? Più salute?’. Le analisi dei flussi segnalano un forte contributo dell’elettorato del M5S. Non è stato un voto per separar-si, ma per separar-li. Loro sono i partiti”. Se questa è l’Italia, chi vuole costruire qualcosa di nuovo e avere successo deve partire di lì. Alle prossime elezioni le uniche formazioni “nuove” potrebbero essere i 5Stelle e la Sinistra. I 5Stelle sono gli unici a non aver mai governato, anche se pagano le performance non proprio brillanti in alcuni comuni ereditati in macerie. La Sinistra è figlia di genitori ed esperienze che al governo ci sono stati eccome: decorosamente nel Prodi-1, indecorosamente nel Prodi-2 e nel quinquennio deprimente di Monti-Letta-Renzi-Gentiloni. Dunque dovrebbe compiere enormi sforzi per rinnovarsi e intercettare la voglia di cambiamento che sale dal Paese. Non solo per spirito civico, ma anche per bieco interesse: se vuole avvicinarsi al 10%, deve scongelare almeno un pezzo del grande iceberg del non-voto, scegliendo metodi nuovi e innovativi per selezionare dirigenti, programmi e candidati. Altrimenti sarà solo un accrocco di sigle e siglette, leader e leaderini già visti e rivisti. E il 6% di Fava in Sicilia, ora visto come una sconfitta, apparirà un trionfo.

Leggete a pag. 2 l’accorata intervista di Tomaso Montanari, animatore disinteressato (non si candida) del movimento nato al teatro Brancaccio, e dite se il metodo scelto da Mdp, Sinistra Italiana e Possibile non è l’ennesimo suicidio. Il manuale Cencelli delle “quote” per la spartizione feudale delle candidature (cioè dei prossimi parlamentari, che il Rosatellum vuole quasi tutti nominati dalle segreterie dei partiti). Un percorso che, anziché dal basso, parte dall’alto e lì si ferma. Come se bastasse aver trovato un leader spendibile, Piero Grasso, per chiudere la partita prim’ancora di giocarla. Come se la proposta avanzata da Montanari, Falcone, Arci & C. per una lista al 50% totalmente nuova, composta da candidati mai visti al governo o in Parlamento, fosse una bizzarria da teste calde movimentiste e non invece la precondizione per reinvogliare tanta gente a votare. Possibile che un uomo accorto come Grasso non comprenda che non può ridursi a foglia di fico, imbalsamatore, riciclatore, addetto al trucco e parrucco di un’Operazione Nostalgia e di una Sinistra Bonsai? Possibile che nessuno osi chiedere ai vecchi e nuovi dinosauri d’apparato uno sforzo di generosità per tenere a bada il proprio ego e mandare avanti i tanti giovani attivisti e amministratori locali capaci e perbene, aiutandoli a crescere? Di questo passo avremo una Sinistra con un discreto leader, un programma decente, una classe dirigente fin troppo collaudata e un impercettibile difettuccio: non ha voti.

Sorgente: Grasso bonsai – Il Fatto Quotidiano

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Condannati a provarci – Il Fatto Quotidiano

La marcia antimafia di Ostia, a cui anche il Fatto ha dato un piccolo contributo raccogliendo l’appello di Virginia Raggi subito dopo il pestaggio della troupe Rai per mano (anzi, testa) del giovinastro Spada, è andata bene. Merito della sindaca che finalmente ha saputo parlare il linguaggio super partes delle istituzioni e lanciare un’iniziativa aperta a tutti, senza bandiere né polemiche di partito. Merito delle varie forze di sinistra (Grasso, Boldrini, Bersani con Mdp, SI, Civati e i dissidenti Pd Bindi ed Emiliano) e di parte del centrodestra (eccetto il Pd), oltre ai sindacati e all’Anpi, che hanno aderito. Merito soprattutto della gente di Ostia, che ha abbandonato la paura e se n’è pure infischiata di chi, accecato dall’odio per la Raggi, suggeriva di restare a casa. Così chi non c’era ha perso un’ottima occasione per stare dalla parte dei cittadini; e i giornaloni per capire quel che accade nella società e levarsi, almeno per un giorno, i paraocchi dell’ideologia e della bottega. Alla vigilia Il Messaggero di Caltagirone vaticinava: “Sbanda la marcia dei politici. Il rischio flop è dietro l’angolo. I residenti di Ostia non sembrano interessati”, “Marcia a rischio flop. Il gelo dei cittadini”. E Repubblica oracolava: “Cappello di Raggi sul corteo anticlan e i 5Stelle restano soli. Rischia di restare sola, la sindaca Raggi”. Certo, come no.

La manifestazione non era partitica e non deve diventarlo. Fra sette giorni, al ballottaggio, si fronteggeranno due candidate – una dei 5Stelle e una di FdI – mai sfiorate da sospetti. Rifiutare i voti di CasaPound inquinati dal clan Spada, come ha fatto la Raggi e come si spera faccia il centrodestra, è doveroso, anche se poi i cittadini nella cabina elettorale fanno come vogliono. Ma quel che accade a Ostia e in Sicilia segnala novità interessanti in vista delle Politiche di primavera. I vertici renziani del Pd, disertando la marcia per non farsi vedere accanto alla Raggi, hanno chiarito anche agli ultimi non vedenti chi è il loro nemico principale: i 5Stelle, contro cui preparano una nuova ammucchiata di potere con B. e con chi altri ci starà nel centrodestra. L’esatto opposto pensano le forze di sinistra che cercano faticosamente una sintesi al seguito di Piero Grasso: per loro il pericolo numero uno si chiama B. con i suoi alleati, ma soprattutto i suoi derivati renziani. Tant’è che, nel ballottaggio di Ostia, vari leader di sinistra invitano a votare 5Stelle contro il centrodestra. Il Pd invece lascia libertà di voto: scelta comprensibile, vista la polemica infuocata che oppone da anni Dem e M5S e visto che nessun partito è padrone dei voti dei propri elettori.

Ma proprio questo è il punto. In Sicilia il candidato pidino Micari ha avuto 7 punti in meno delle sue liste e il grillino Cancelleri 8 punti in più della lista 5Stelle. Molti elettori dem hanno scelto il voto disgiunto: non quello sperato dai vertici nazionali (verso Musumeci), ma il più temuto (verso il M5S). La scena potrebbe ripetersi domenica a Ostia, dove non c’è bisogno di voto disgiunto perché il Pd è fuori dal ballottaggio. E replicarsi alle Politiche del 2018, se il Pd continuerà a perdere terreno nei sondaggi. In un sistema politico imperniato su due poli vicini (centrodestra sul 35% e 5Stelle sul 30) e altri due lontani (Pd sotto il 25 e Sinistra sotto il 10), molti elettori progressisti potrebbero turarsi il naso e tradire i propri partiti per un voto utile al “male minore” fra i due poli principali. Cioè i 5Stelle. Nei collegi e dunque nel proporzionale (il Rosatellum vieta astutamente il voto disgiunto). Dopodiché, se il Pd sarà attratto da FI, anche per la spinta delle élite disperatamente aggrappate e aggreppiate ai propri privilegi, la Sinistra lo sarà dai 5Stelle. Perciò ha ragione Cacciari quando rimprovera l’ormai inutile, anzi dannosa rigidità grillina: non l’allergia ad alleanze preelettorali, che farebbero perdere voti a chi della solitudine incontaminata ha sempre fatto una bandiera; ma l’incapacità di volare alto e parlare agli altri elettori, più vicini o meno lontani. Un’analisi sacrosanta che ha trovato immediata conferma, sul blog di Grillo, in un post sprezzante verso le aperture appena giunte da sinistra, come se fossero la stessa cosa delle avance leghiste: “Siamo perseguitati da due stalker: Mdp (Mantenimento Della Poltrona) e Lega Nord”.

Con la Lega i 5Stelle non potranno mai allearsi per governare, perché due terzi dei loro parlamentari saranno di Centro-Sud e abbandonerebbero ipso facto il Movimento. L’interlocutore naturale, o comunque obbligato di un eventuale (e al momento improbabile) governo Di Maio sarebbe la Sinistra, specie se fosse guidata da uno come Grasso, estraneo alla vecchia partitocrazia, già votato da una parte dei pentastellati a presidente del Senato nel 2013 e sempre aperto al dialogo con loro. Le comuni battaglie degli ultimi mesi – per il No al referendum costituzionale, contro i voucher, il Rosatellum e gli impresentabili in Sicilia, fino all’impegno antimafia a Ostia – hanno un po’ avvicinato quei due mondi, che finora erano rimasti congelati a temperature e distanze siderali. Due mondi che le contingenze della politica condannano, volenti o nolenti, a incontrarsi. O almeno a provarci. Per ora è fantapolitica, per ragioni numeriche e reciproche diffidenze persino antropologiche. Ma tutto cambia rapidamente: mai dire mai. Siccome il Rosatellum istiga i partiti a inscenare finte coalizioni per truffare gli elettori, nessuno pensa che M5S e Sinistra debbano partecipare al raggiro. Ma potrebbero iniziare a trattarsi con più rispetto e più maturità, scaricando la vis polemica su bersagli più meritevoli. Dopo le elezioni, il disgelo potrebbe convenire a entrambi. E soprattutto a chi vuole che l’Italia cambi davvero.

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